Venezuela, arrestato il generale Marcano, architetto del sequestro di Maduro
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Redazione Esteri
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Secondo indiscrezioni circolate a Caracas, la presidente incaricata Delcy Rodríguez avrebbe firmato l’ordine di cattura nei confronti del Maggior Generale Javier Marcano Tábata, figura sino a ieri tra le più vicine al vertice del potere chavista. L’alto ufficiale, che guidava sia la Guardia d’Onore Presidenziale sia i servizi di controspionaggio militare, viene indicato dalle fonti come il principale organizzatore dell’operazione che, il 3 gennaio scorso, portò alla temporanea scomparsa del presidente Nicolás Maduro. Un arresto, questo, che si configura non solo come un atto giudiziario ma, soprattutto, come un messaggio politico di forza inviato agli apparati di sicurezza, i quali – è evidente – navigano in acque torbide dopo gli eventi di inizio anno.
Il retroscena dell'intelligence e il ruolo degli Stati Uniti
La complessa transizione venezuelana, infatti, sembra essere stata disegnata più nelle stanze dell’intelligence che in quelle della diplomazia tradizionale. Un rapporto riservato della CIA, come si è appreso, avrebbe posto le basi per la soluzione attuale, sconsigliando qualsiasi avventura che potesse portare a un vuoto di potere ingestibile e a una pericolosa escalation. L’analisi degli americani, che hanno trovato un interlocutore sensibile nel presidente degli Stati Uniti Donald Trump, concludeva che solo una figura interna al regime, con un controllo saldo e immediato sulle forze armate e sui servizi, avrebbe potuto garantire una certa stabilità. Ed è qui che il profilo di Delcy Rodríguez, da sempre ai vertici del chavismo e sorella del potente ex presidente dell’Assemblea Costituente, è emerso come l’unico praticabile, scavalcando di fatto l’opposizione che pure aveva festeggiato la caduta di Maduro.
La strategia di continuità della presidente ad interim
Rodríguez, da quel momento, ha messo in campo una doppia strategia, calibrata con attenzione. Da un lato, ha mostrato i muscoli all’interno, procedendo con l’arresto del generale Marcano e, più in generale, mantenendo un tono repressivo verso qualsiasi dissenso, in piena continuità con le politiche del passato. La sua prima apparizione pubblica è stata, non a caso, un omaggio alla tomba di Hugo Chávez, gesto carico di significato per rassicurare la vecchia guardia. Dall’altro lato, ha avviato un dialogo diretto e operativo con Washington, le cui priorità – come è noto – ruotano attorno alla stabilizzazione del paese e alla regolarizzazione del flusso petrolifero, dopo anni di sanzioni. Un equilibrio delicato, quello tra la necessità di mostrarsi fedele all’eredità rivoluzionaria e il dovere di trattare con l’amministrazione Trump, che definisce ogni suo passo.
Lo stallo politico e l'opposizione marginalizzata
Questa situazione ha creato uno stallo profondo nella capitale venezuelana, dove l’entusiasmo iniziale di chi vedeva la fine del regime si è ormai dissolto. L’opposizione, che pure aveva visto nella crisi di gennaio un’opportunità storica, si trova ora marginalizzata, costretta a osservare da spettatrice una partita giocata tra Rodríguez e Washington. La sensazione, tra i suoi ranghi, è di aver perso un’occasione irripetibile, mentre il presente rimane sospeso in un’atmosfera di attesa carica di incertezza. Il futuro del paese, dunque, si gioca su questo doppio binario: le indagini giudiziarie sui fatti di gennaio, che proseguono con l’arresto di figure chiave, e le trattative, non sempre palesi, che determinano gli assetti di potere in una nazione ancora divisa tra chi è fuggito e chi è rimasto, tra speranze disattese e nuove, complesse realtà.




