Tentativo di fuga con elicottero per il boss di Casalotti, sventato dagli agenti della penitenziaria

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non bastavano le sbarre, i controlli a tappeto e il regime stringente del 41 bis, a quanto pare, per tenere Leandro Bennato – detto “Biondo”, figura centrale nell’eredità criminale di Michele Senese – lontano dall’idea di rivedere l’asfalto della tangenziale da un’altra prospettiva. Lui, che dalla sua cella nel carcere per adulti che domina il panorama cittadino proprio da quel cemento armato innalzato verso il cielo, ha tentato di organizzare un’evasione da film, con tanto di elicottero noleggiato e complici all’esterno pronti a coprire la fuga, anche a costo di azioni cruente. Il piano, che prevedeva un trasferimento immediato all’estero dopo il decollo, è stato però disinnescato dalla polizia penitenziaria di Rovigo, la quale ha dimostrato – come sottolineato nell’appello che circola tra gli addetti ai lavori – bravura e tempismo, sebbene con organici ridotti all’osso: “pochi agenti”, è il rammarico che serpeggia, a fronte di una tensione ormai endemica tra le mura che dividono la casa circondariale dal vicino carcere minorile.

Il piano in due tempi e il telefono clandestino

Il quarantasettenne, recluso per gravi reati di stampo mafioso legati alla cosiddetta “Gomorra romana”, non agiva da solo. Nella sua cella, grazie a un telefono cellulare fatto entrare chissà come – una falla che gli inquirenti stanno ancora cercando di ricostruire – Bennato avrebbe contattato i complici esterni, concordando non solo il velivolo (messo a disposizione dietro pagamento di duecentomila euro) ma anche la rotta: prima in Croazia, per mettersi al sicuro, e poi il ritorno in Italia per tentare una seconda, rocambolesca liberazione. Questa volta il bersaglio sarebbe stato l’amico Raul Esteban Calderon, soprannominato “Messi”, detenuto per l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, quel “Diabolik” noto al tifo laziale e agli ambienti dello spaccio capitale. Il doppio colpo, insomma, era già scritto su una mappa mentale ben precisa, che la Dda ha intercettato prima che potesse trasformarsi in un massacro.

Un boss già nel mirino dei sequestri patrimoniali

Appena due settimane fa, a dimostrazione che il vento giudiziario non soffia certo a suo favore, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma – su disposizione della Sezione misure di prevenzione del Tribunale e proposta della stessa Direzione distrettuale antimafia – avevano già messo le mani su un patrimonio considerevole riconducibile a lui: cinque immobili tra Allerona e Ficulle, diciannove terreni per una superficie complessiva di circa quaranta ettari, un orologio di lusso e diversi rapporti finanziari. Secondo l’ipotesi accusatoria, tutti questi beni sarebbero il frutto diretto dei traffici di stupefacenti che hanno alimentato per anni il clan. Che l’uomo, nonostante l’isolamento dettato dal carcere duro, fosse ancora in grado di muovere risorse e pianificare una fuga aerea con complicità esterne, la dice lunga sulla permeabilità di certi sistemi e sulla determinazione di chi non ha mai smesso di sentirsi un “boss” a tutti gli effetti.

Cronaca di una sicurezza al limite

L’episodio si inserisce in un quadro già incandescente, neppure due settimane dopo una rivolta che aveva scosso la stessa struttura, e mentre il dibattito sulla carenza di organico – denunciata a più riprese dai sindacati – torna a farsi concreto. La Polizia penitenziaria di Rovigo ha agito con prontezza, bloccando il decollo prima che l’aeromobile potesse avvicinarsi al perimetro di sicurezza; rimane tuttavia l’amaro in bocca per un di agenti numericamente esiguo, costretto a vigilare su due istituti (quello per adulti e quello minorile) con risorse che molti definiscono ormai insufficienti. Bennato, che dalla sua cella sognava l’elica sollevare polvere e farlo volare via – magari proprio mentre gli agenti, di turno in numero ridotto, erano impegnati altrove – resta ora in attesa di ulteriori conseguenze penali per il tentato colpo. La vicenda, nelle sue pieghe più tecniche, aggiunge un altro tassello all’annoso problema della sicurezza carceraria, senza che per questo il boss abbia smesso di rappresentare, ancora, un pericolo.

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