L’iran si propone come nuovo alleato dell’Italia dopo l’affondo di Trump contro Meloni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La frattura, apertasi improvvisamente nel fronte occidentale tra Roma e Washington, ha offerto a Teheran l’occasione per una delle operazioni di propaganda più spinte e al contempo ironiche degli ultimi mesi. Dopo che il presidente americano, in un’intervista che ha fatto il giro del mondo, ha accusato la presidente del Consiglio di non avere il “coraggio” di sostenere le operazioni belliche contro la Repubblica Islamica, la macchina diplomatica iraniana – abituata a muoversi con agilità sui social network – ha risposto con una serie di messaggi che mescolano sfottò, elogi e una proposta tanto provocatoria quanto inedita: prendere il posto degli Stati Uniti come alleato privilegiato dell’Italia.

Non si è trattato, va detto, di una semplice reazione estemporanea. Il governo iraniano e le sue rappresentanze sparse per il globo hanno orchestrato una controffensiva comunicativa che parte dalle dichiarazioni del presidente Masoud Pezeshkian per poi snodarsi attraverso i profili X delle ambasciate in Ghana, Thailandia e Bulgaria. Pezeshkian, in un post ufficiale, ha lodato l’Italia – insieme ad altre nazioni come Spagna, Cina e Russia – per essersi “opposta alla bellicosità e ai crimini del regime sionista”, un’apertura di credito che suona come una legittimazione pubblica della linea meloniana, spesso accusata dalle opposizioni interne di essere troppo compiacente verso le pressioni esterne.

La candidatura a sorpresa di Teheran: 7.000 anni di storia contro la “capacità di attenzione” di Trump

L’episodio che ha catalizzato l’attenzione, però, è stato il post dell’ambasciata iraniana ad Accra, in Ghana. Con un tono volutamente colloquiale e dissacrante, i diplomatici hanno pubblicato una sorta di lettera di “candidatura” indirizzata all’Italia. “Cara Italia, il vostro primo ministro ha difeso il Papa e perso un alleato a Washington – si legge nel testo, che ha immediatamente scatenato il dibattito – Vorremmo offrirci per occupare il posto vacante”. Il riferimento, chiarissimo, è alla difesa di Papa Leone XIV da parte di Meloni, un gesto che Trump ha bollato come inaccettabile e che ha innescato il cortocircuito diplomatico.

La missiva prosegue elencando le “qualifiche” della Repubblica Islamica, giocando proprio sugli stereotipi e sulle divergenze culturali con l’amministrazione statunitense. “7.000 anni di civiltà, un amore condiviso per la poesia, l’architettura e il cibo che richiede più tempo per essere preparato rispetto alla capacità di attenzione di Trump”, scrivono ancora dall’ambasciata, trasformando un presunto difetto del presidente americano in un argomento di campagna elettorale per la propria candidatura. La diplomazia di Teheran, in questo frangente, dimostra di aver affinato una tecnica di comunicazione che aggira i tradizionali canali diplomatici per colpire l’avversario sul terreno dell’ironia, dove la rigidità di Trump diventa facilmente bersaglio di satire.

La “guerra fredda” del gelato e il corteggiamento social all’Italia

Per rendere il messaggio ancora più virale e spiazzante, i funzionari iraniani hanno volutamente sdrammatizzato l’unico vero motivo di attrito storico tra i due popoli, almeno secondo la loro narrazione. “L’unica cosa per cui Iran e Italia abbiano mai litigato – si chiedono retoricamente – è chi abbia inventato il gelato: il faloodeh è arrivato per primo, ma il gelato ha fatto più rumore. Siamo in una ‘guerra fredda’ su questo tema da 2.000 anni”. Una dichiarazione che, pur nella sua leggerezza, serve a ribadire un concetto politico ben preciso: l’assenza di ostilità storiche o di motivi reali di conflitto tra le due nazioni.

Questo corteggiamento digitale, infatti, non si è limitato al solo episodio ghanese. Altre sedi diplomatiche iraniane hanno diffuso messaggi di vicinanza al popolo italiano. L’ambasciata in Thailandia, ad esempio, ha risposto indirettamente alle minacce di Trump – il quale aveva ipotizzato che l’Iran “farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti” – con un lungo elenco di città italiane amate, da Roma a Venezia, passando per Firenze e Napoli, chiedendosi: “Perché dovremmo fare del male all’Italia?”. Una strategia, questa, che mira a scavare un cuneo tra la popolazione italiana e le scelte della propria classe dirigente, presentando l’Iran come un attore ragionevole e culturalmente affine, in contrapposizione alla volgarità attribuita a Trump.

Il contesto: quando la lite tra alleati diventa un’opportunità per i rivali

A rendere il tutto più significativo è la tempistica. Le frecciate di Teheran arrivano mentre il presidente Trump intensifica le sue critiche non solo a Meloni, ma all’intera architettura della Nato, accusando l’Europa di non voler “combattere per lo stretto di Hormuz” nonostante dipenda da quelle rotte per le proprie forniture energetiche. La premier, da parte sua, si trova in una posizione oggettivamente complessa: criticata da Washington per non aver concesso basi aeree o supporto militare diretto, viene ora pubblicamente “difesa” – o meglio, strumentalizzata – da un regime che l’Occidente considera una minaccia esistenziale.

La missione diplomatica a Sofia non ha esitato a ribattere punto su punto alle accuse del presidente USA, definendo “incredibile” l’ipotesi di un attacco iraniano all’Italia e ribadendo che “la politica dell’Iran è sempre stata improntata al rispetto delle nazioni, non alla loro distruzione”. Anche l’ambasciata in Armenia si è unita al coro, con un post provocatorio che invitava Trump a lasciare il telefono per occuparsi dei problemi interni americani, come i 30 milioni di cittadini senza assicurazione sanitaria.

In questo gioco di specchi, la diplomazia iraniana dimostra di saper leggere le spaccature del mondo occidentale con cinismo. L’offerta di diventare l’alleato “alternativo” di Roma – avanzata con leggerezza ma sostenuta da una macchina propagandistica ben oliata – non è tanto una proposta concreta, quanto un’abile mossa per isolare ulteriormente gli Stati Uniti sul palcoscenico internazionale. Mentre le cancellerie europee osservano con attenzione questa evoluzione, sui social impazza la “guerra” culinaria tra faloodeh e gelato, una cortina fumogena che nasconde le ambizioni geopolitiche di una potenza che si sente, in questo momento, improvvisamente più forte.

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