Usa e Iran vicini a un’intesa, ma Netanyahu rivendica: “Noi abbiamo cambiato il Medio Oriente”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’amministrazione Trump, che da oltre un anno guida la politica estera americana con il pugno di ferro che ben conosciamo, sembra ora a un passo da una svolta diplomatica in Medio Oriente. Secondo quanto riportato da Axios e confermato da diverse fonti internazionali, Washington e Teheran sarebbero sul punto di siglare un memorandum d’intesa di una sola pagina, un documento che, se firmato, metterebbe fine alle ostilità militari aprendo un canale per negoziati più articolati sul programma nucleare iraniano. Questo testo, frutto di settimane di trattative indirette mediate soprattutto dal Pakistan -3-5, prevedrebbe un meccanismo a fasi: da un lato, l’Iran si impegnerebbe a una moratoria – che alcune fonti indicano della durata di almeno dodici anni – sull’arricchimento dell’uranio -4-8; dall’altro, gli Stati Uniti procederebbero alla revoca delle sanzioni e allo sblocco di milioni di dollari di fondi iraniani congelati all’estero.

L’elemento forse più immediato, e quello che ha scatenato le maggiori tensioni nelle ultime ore, riguarda la riapertura dello Stretto di Hormuz. L’accordo prevede l’impegno reciproco a rimuovere le restrizioni al transito marittimo: da una parte, gli Stati Uniti dovrebbero allentare il blocco navale imposto nei mesi scorsi (la cosiddetta "Project Freedom" è stata già messa in pausa da Trump), mentre dall’altra, l’Iran dovrebbe cessare le sue attuali pratiche di interdizione, come l’imposizione di nuovi permessi di transito o le minacce ai mercantili. La posta in gioco è altissima, considerando che circa un quinto del petrolio mondiale passa proprio da quelle acque, e il blocco aveva fatto schizzare il prezzo della benzina negli Usa oltre i 4,50 dollari al gallone. In queste ore, gli Stati Uniti attendono da Teheran una risposta su alcuni punti chiave, una finestra ristretta che i mediatori indicano in circa 48 ore.

L’analisi impietosa degli esperti: "Una campagna finita in disastro"

Mentre i diplomatici trattano nei dettagli la durata della sospensione dell’arricchimento (si parla di un compromesso tra i 5 anni proposti dall’Iran e i 20 richiesti inizialmente da Washington), in Israele il commento alle indiscrezioni è stato gelido e carico di frustrazione. Danny Citrinowicz, analista che aveva previsto, ben prima del 28 febbraio, i limiti di una guerra totale contro Teheran, è stato impietoso nel definire l’esito della campagna militare congiunta israelo-americana: un’operazione iniziata come "Epic Fury" (Furia Epica) che si concluderebbe come un "Epic Disaster" (Disastro Epico). La sua analisi, ripresa dalla stampa italiana come l’Adige, coglie un malcontento profondo negli ambienti della sicurezza israeliani, i quali ritengono che fermarsi ora, senza aver ottenuto il crollo della Repubblica islamica, rappresenti una vittoria solo apparente per l’Occidente.

Nonostante queste critiche, il premier Benjamin Netanyahu ha voluto marcare immediatamente il territorio, rivendicando il proprio ruolo in una conferenza stampa nella quale, guarda caso, non sono state concesse domande ai giornalisti. Il leader israeliano ha dichiarato che il suo paese "ha cambiato il volto del Medio Oriente", sottolineando come le operazioni militari abbiano comunque "indebolito il regime di Teheran, destabilizzandolo e fermando le minacce legate al suo programma missilistico". Secondo Netanyahu, Israele è riuscito a stringere nuove alleanze nella regione proprio per contrastare quella che lui definisce la minaccia iraniana, in un’ottica di ridefinizione degli equilibri che esclude qualsiasi possibilità di distensione immediata con gli ayatollah.

Le reazioni divise e lo stallo politico a Tel Aviv

La posizione del governo Netanyahu, che non ha nascosto la preferenza per la continuazione del conflitto piuttosto che per un negoziato, si scontra ora con la realpolitik dell’alleato statunitense. Fonti diplomatiche rivelano che Israele sarebbe stato tenuto all’oscuro degli ultimi sviluppi, con i vertici di Tel Aviv che avrebbero scoperto dai giornali la vicinanza dell’accordo. D’altronde, i dati sul campo sono impietosi: nonostante le dichiarazioni trionfalistiche del premier israeliano, che parla di capacità nucleari iraniane distrutte in "venti giorni", lo stallo a Hormuz ha messo in ginocchio le economie globali, costringendo l’amministrazione Trump a cercare una via d’uscita politica. L’Unione Europea e i paesi del Golfo, si legge nei rapporti, attendono con ansia l’esito dei negoziati, consapevoli che un’escalation prolungata sarebbe stata disastrosa per le supply chain globali.

Sullo sfondo, rimane la questione della rimozione del materiale nucleare già arricchito. Mentre il segretario di Stato americano ha dichiarato che l’obiettivo è raggiungere una "pista credibile" di denuclearizzazione, il governo israeliano spinge per garanzie molto più dure, come lo smantellamento totale degli impianti di Fordow e Natanz. La tensione tra la necessità americana di chiudere una crisi costosa e l’ossessione israeliana per la sicurezza esistenziale rende questo memorandum solo il primo capitolo di una lunga e complessa partita per il controllo del Golfo. Il "no" di Teheran alla richiesta di esportare le scorte di uranio arricchito fuori dal paese rimane uno dei nodi cruciali che nemmeno questa bozza di intesa, al momento, sembra riuscire a sciogliere.

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