Il tempo che ci vuole: Un viaggio intimo tra arte, droga e amore
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Francesca Comencini, figlia del celebre regista Luigi Comencini, presenta alla Mostra di Venezia il suo film più personale e coraggioso, "Il tempo che ci vuole". Questo lavoro, fuori concorso, è una lettera d'amore al padre, un omaggio all'uomo e all'artista che ha segnato profondamente la sua vita. Il film racconta la storia di una figlia e di un padre, senza nomi, solo "padre" e "figlia", in un viaggio che attraversa l'infanzia luminosa e l'adolescenza turbolenta degli anni '70.
Il film inizia con i ricordi d'infanzia della protagonista, un periodo magico segnato dall'incontro con una balena sotto un tendone da circo e dalle parole scambiate con un padre che la tratta come un'adulta, nonostante la sua giovane età. Questi momenti rappresentano la favola luminosa dell'infanzia, un'epoca di sogni e di meraviglia che si spegne lentamente con l'arrivo dell'adolescenza.
Negli anni '70, l'adolescenza della protagonista è segnata dalla turbolenza sociale e politica dell'epoca: le chitarre in piazza, la lotta armata, le droghe. È un periodo difficile, in cui la protagonista cade nella spirale della tossicodipendenza. Il film non nasconde i momenti più dolorosi e struggenti di questa fase della vita, ma li affronta con una sincerità disarmante.
La caduta nella tossicodipendenza non è la fine della storia. Grazie al cinema e all'amore incondizionato del padre, la protagonista riesce a risollevarsi. Luigi Comencini, mettendo da parte se stesso, non lascia andare la sua "bambina perfetta" e la aiuta a ritrovare la strada.




