«Pucci ha fatto bene a ritirarsi». Bonolis, il caso Conad e la querela di Meloni a Fabbri: i molti piani di una vicenda che intreccia satira, privacy e potere

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La nuvola di polemiche che ha inghiottito Andrea Pucci, spingendolo a rinunciare alla conduzione della terza serata del Festival di Sanremo 2026 e, a ruota, a vedersi disdire un ingaggio pubblicitario da Conad, non accenna a diradarsi. Anzi, la vicenda si è arricchita nei giorni scorsi di nuove dichiarazioni, rivelando crepe profonde nel rapporto tra spettacolo, imprenditoria e giustizia, mentre sullo sfondo resta il peso specifico di un’amministrazione statunitense che, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca, sembra offrire l’esempio di un conflitto frontale e quotidiano con il mondo dell’arte -4-10.

Era il tardo pomeriggio di venerdì quando Paolo Bonolis, a Bergamo per le registrazioni di «Taratata», il programma musicale che segna il suo ritorno al prime time di Canale 5, ha interrotto la consueta dialettica ironica per affrontare il caso del collega -6. Di Pucci, Bonolis ha detto di conoscere bene il mestiere, definendolo «un bravissimo comico», e ha aggiunto, con quella sintassi fatta di ipotesi e incisi che lo contraddistingue, che se le minacce ricevute fossero vere allora la decisione di fare un passo indietro non solo sarebbe legittima, ma doverosa. L’ex conduttore del Festival, che calcherà il palco dell’Ariston per la terza volta solo se accadrà «qualcosa di eccezionale», ha poi allargato il tiro: Sanremo, a suo avviso, dovrebbe evolversi, rinnovare la propria formula, quasi a suggerire che la macchina dei costumi e delle polemiche annunciate abbia ormai bisogno di una revisione strutturale. Parole misurate, le sue, che hanno evitato di entrare nel merito delle critiche rivolte a Pucci per il body shaming ai danni di Elly Schlein o per certe uscite giudicate omofobe, ma che hanno comunque riconosciuto la legittimità del disagio personale dell’artista -8.

La replica di Conad e la foto diffusa: il nodo della privacy

Se il fronte sanremese appare temporaneamente congelato in attesa di un sostituto per la terza serata, ben più concreta e spinosa si è rivelata la vicenda che lega Pucci alla catena di supermercati Conad. L’azienda, dopo giorni di silenzio, ha rotto gli indugi rispondendo pubblicamente al comico. La disdetta dell’evento aziendale, spiegano dalla società, non sarebbe stata determinata dalle opinioni politiche dell’artista o dalla tempesta mediatica che lo ha travolto, bensì da una violazione contrattuale e, soprattutto, della privacy di una loro dipendente. Pucci, infatti, aveva diffuso sui propri canali social l’immagine della comunicazione ufficiale ricevuta da Conad, senza oscurare i dati personali della collaboratrice che quella lettera aveva materialmente gestito. Un gesto definito dall’azienda «scomposto» e che ha spostato l’asse della controversia dal piano del dissenso ideologico a quello, ben più tutelato dal codice civile, della riservatezza e del trattamento dei dati. In questo passaggio, la figura di Pucci muta: non più solo vittima di un linciaggio digitale, ma parte attiva in un’azione – la divulgazione non autorizzata di informazioni altrui – che rischia di configurarsi come illecito.

Il paradosso di Daniele Fabbri: satira e potere, il processo continua

E mentre il caso Pucci si frantuma in rivoli giudiziari e reputazionali, riemerge con prepotenza la vicenda parallela, e per certi versi speculare, del comico Daniele Fabbri. Fabbri, stand-up comedian e autore indipendente, attende da mesi il dibattimento del processo che lo vede imputato per diffamazione aggravata nei confronti del presidente del Consiglio. L’origine è nota: una battuta del 2021, contenuta nel suo podcast «Contiene Parolacce», in cui ironizzava sugli insulti sessisti rivolti all’allora capo dell’opposizione, proponendo – per assurdo – l’uso di termini infantili come «puzzona» e «caccolosa» per esprimere il dissenso senza cadere nella misoginia -3-9. Una querela partita nel 2023, quando Meloni non era ancora premier, e proseguita caparbiamente fino alla richiesta di risarcimento di ventimila euro, con il capo del governo costituitosi parte civile.

Fabbri, in una lunga intervista, ha ripercorso le tappe dell’udienza dello scorso novembre: la giudice che, dopo aver visionato il video incriminato, si è rivolta al legale di Meloni chiedendo se fosse davvero intenzionato a insistere nell’azione penale. La risposta è stata affermativa. L’udienza è slittata a maggio, e il comico – pur senza nascondere un certo sgomento – rivendica con caparbietà il diritto al contesto: quella non era un’aggressione, dice, ma un’analisi metacomica sul linguaggio e sui limiti dell’offesa -7. E qui il cortocircuito si fa evidente. Da un lato, la presidente del Consiglio interviene pubblicamente per deplorare la «deriva illiberale» della sinistra, accusata di aver costretto Pucci alla fuga da Sanremo con una caccia alle streghe ideologica -8. Dall’altro, la stessa presidente mantiene in piedi una querela per parole pronunciate su un palco, in un contesto dichiaratamente artistico, da un comico che non gode di grandi spazi televisivi e che, a suo dire, non rappresenta alcun pericolo reale per l’establishment. La contraddizione, lampante, non è però sfuggita a Fabbri: «Se attaccano me è satira, ma su di loro…», lascia intendere, senza completare la frase, quasi a voler sottolineare che la sensibilità alla critica, talvolta, si affievolisce quando il bersaglio cambia direzione.

A complicare ulteriormente il quadro si inserisce la dimensione internazionale, quel Super Bowl di inizio febbraio in cui Bad Bunny si è esibito in uno show giudicato da Trump come «il più brutto di sempre, uno schiaffo in faccia all’America» -4-10. Una coincidenza temporale, certo, ma anche una cartina al tornasole di come, in sistemi politici diversi, la figura dell’artista venga sempre più spesso percepita non come portatrice di un punto di vista legittimo, ma come antagonista da contrastare apertamente. La querela, il boicottaggio aziendale, la polemica social: attorno a Pucci e a Fabbri si addensano tutti gli elementi di una mutazione profonda nel rapporto tra potere e parola scenica.

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