Pizzaballa: a Gaza una speranza nuova, ma il cammino è ancora lungo
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Redazione Esteri
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Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, definisce “un clima di speranza mai visto prima” quello che si respira in queste ore, pur misurandone la portata con la fredda consapevolezza di chi, in quelle terre, ha vissuto decenni di conflitto. Sebbene i media locali, come egli stesso osserva, mostrino un cauto ottimismo, il porporato non esita a sottolineare la mole di lavoro che ancora attende tutti gli attori in campo. “Ci sono tante difficoltà, tanti punti interrogativi”, afferma, riconoscendo che, nonostante le incognite, si sia spalancato uno spiraglio inedito che merita di essere esplorato con determinazione.
La devastazione assoluta di Gaza e la ricostruzione del tessuto sociale
Sul futuro immediato di Gaza, le sue parole si fanno particolarmente gravi, dipingendo un quadro di devastazione assoluta che va ben oltre la dimensione materiale. “A Gaza non c'è più nulla”, constata, descrivendo una terra non solo ridotta in macerie ma anche privata del suo tessuto sociale, quello stesso che andrà pazientemente ricucito. La ricostruzione, quindi, non potrà limitarsi alle case e alle infrastrutture, dovendo necessariamente affrontare la sfida, ancor più complessa, di riparare le lacerazioni dell’anima di un popolo.
Una convivenza immediata non è pensabile
Riguardo alla possibilità di una convivenza immediata tra israeliani e palestinesi una volta cessate le ostilità, Pizzaballa è netto nel giudizio, ritenendola “non pensabile” a causa dell’odio che si è accumulato. La sua prospettiva, lungi dall'essere rassegnata, delinea piuttosto un percorso obbligato: prima di qualsiasi riconciliazione collettiva, si dovrà agire “dall'interno delle due società”, promuovendo un lento e faticoso lavoro di cura delle ferite psicologiche e relazionali. È una visione che privilegia un processo bottom-up, partendo cioè dalle basi della società, prima che dalle sue leadership.
Il sollievo per la tregua e il fallimento della logica militare
In questo contesto, il patriarca accoglie con un sollievo palpabile la fine delle ostilità, un evento da cui dipende il sollievo immediato per gli abitanti della Striscia. La sua gioia, tuttavia, è temperata dalla preoccupazione che la tregua possa rivelarsi un semplice interludio, un sospiro temporaneo prima di un nuovo scoppio di violenza. La sua riflessione, che rifiuta esplicitamente la “lingua della resa dei conti”, si concentra piuttosto sul fallimento di una logica puramente militare, la quale, come è sotto gli occhi di tutti, non ha prodotto altro che distruzione, intaccando profondamente non solo i luoghi ma anche le coscienze di quanti vi risiedono.




