Il cardinale Simoni torna a Spac, la messa nel campo di prigionia e il messaggio di Papa Leone XIV: "Nessuna prigione separi l'uomo da Dio"
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Redazione Esteri
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Si è tenuta venerdì 31 luglio, nell'ex campo di prigionia di Spaç, nel nord dell'Albania, la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Ernest Simoni, novantasette anni, tornato nel luogo dove per lunghi anni fu recluso e costretto ai lavori forzati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha.
Una messa in suffragio di quanti in quelle gallerie di miniera hanno patito e sono morti, che ha visto giungere, al termine della funzione, il messaggio di Papa Leone XIV, datato 30 luglio, letto davanti ai fedeli raccolti in quella che il Pontefice stesso ha definito "una delle pagine più dolorose della storia del popolo albanese".
Nel suo scritto, il Santo Padre ha espresso "profonda commozione" nell'unirsi spiritualmente al cardinale Simoni e a quanti hanno preso parte alla Messa, sottolineando come quel luogo sia rimasto impresso nella memoria collettiva per le sofferenze patite da chi vi fu ingiustamente rinchiuso.
Leone XIV ha ricordato che "il sangue di coloro che hanno sofferto e sono morti tra quelle montagne ha irrigato quella terra", trasformando Spaç in una silenziosa ma potente testimonianza di fede e coraggio, nonostante l'orrore del regime che costringeva i prigionieri a lavori estenuanti nelle miniere di rame e pirite, in condizioni disumane.
Il messaggio del Papa: un richiamo alla speranza e alla libertà
Il cuore del messaggio papale, evocando le parole dell'apostolo Paolo nella lettera ai Romani, ha voluto lanciare un messaggio di speranza universale: "Nessuna catena è tanto forte da imprigionare una coscienza illuminata dal Vangelo, nessuna notte è così lunga da impedire l'alba che il Signore prepara per i suoi figli e nessuna prigione è abbastanza profonda da separare l'uomo dall'amore di Dio".
Papa Leone XIV ha così voluto sottolineare come, anche nelle tenebre della persecuzione più feroce, la luce della fede e la dignità umana non possano essere mai del tutto soppresse, un concetto che riecheggia potentemente nella storia del porporato albanese, sopravvissuto a un regime che tentò di cancellare ogni forma di credo religioso.
Il cardinale Simoni: una vita di fede sotto il regime comunista
Il cardinale Ernest Simoni, oggi residente a Firenze e canonico onorario del Capitolo di Santa Maria del Fiore, ha vissuto sulla propria pelle la ferocia della dittatura albanese. Arrestato nella notte di Natale del 1963 mentre celebrava messa, fu condannato a morte come "nemico del popolo", pena poi commutata in venticinque anni di lavori forzati.
Per diciotto lunghi anni, Simoni fu costretto a scavare nelle viscere della terra, ma non smise mai di celebrare l'Eucaristia in segreto, rischiando ogni volta la vita: cuoceva l'impasto per l'ostia su fornelli di fortuna e usava il succo di acini d'uva per il vino. "Se mi avessero trovato mi avrebbero impiccato subito", raccontò in seguito, mostrando durante la messa di venerdì il casco da minatore che indossava da giovane sacerdote quando scendeva in miniera.
Memoria come monito per le nuove generazioni
Nel suo messaggio, Papa Leone XIV ha pregato affinché la memoria di quelle vittime, spesso sepolte in fosse comuni senza un nome, possa rimanere viva come "un richiamo costante alla dignità inviolabile della persona umana, al valore della libertà e all'impegno per la pace". Nel ricordare i tanti compagni di prigionia che non ce l'hanno fatta, il Papa ha invitato a riflettere su quante preghiere e invocazioni siano state sussurrate in quel luogo di sofferenza, affidando al Signore l'ultima speranza.
Il gesto del cardinale Simoni, che ha voluto celebrare proprio lì, nel cuore del dolore, il Sacrificio di Cristo, rappresenta un atto di estrema e toccante testimonianza, trasformando la croce da simbolo di morte in annuncio di vita e di perdono, come ha sottolineato lo stesso Pontefice nel suo scritto.
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