Il mondo è pieno di calciatori, e De Laurentiis lancia l’avvertimento a De Bruyne e Lukaku

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La pacatezza formale delle dichiarazioni non basta a mascherare il gelo che trapela dalle parole di Aurelio De Laurentiis, il quale, nella consueta conferenza stampa di presentazione dei ritiri estivi a Dimaro e Castel di Sangro, ha voluto mettere i puntini sulle ‘i’ riguardo al futuro di due dei suoi giocatori più ingombranti, Romelu Lukaku e Kevin De Bruyne.

I due belgi, reduci da un’annata non certo esaltante sotto la gestione tacciata come ‘troppo difensiva’ di Antonio Conte, avevano lasciato intendere più di qualche malumore durante la pausa per le nazionali; dichiarazioni che, sebbene il presidente non abbia voluto etichettare come gravi, hanno comunque rappresentato la goccia che fa traboccare il vaso della pazienza di un patron abituato a dettare legge a Fuorigrotta.

«Hanno fatto delle affermazioni che possono essere accettabili o contestabili, dipende dai punti di vista», ha esordito il numero uno azzurro, per poi passare al sodo con una secchezza degna della migliore prosa manageriale.

Lo scenario dello stadio e la guerra ai «maledetti concerti»

Prima ancora di scavare nel merito della questione tecnica, però, De Laurentiis ha sentito il bisogno di chiarire l’altra faccia della medaglia, quella infrastrutturale, che inevitabilmente condiziona le sue scelte imprenditoriali. Il rapporto con il Comune di Napoli, proprietario del Diego Armando Maradona, non è mai stato idilliaco, e il presidente ne ha dato ancora una volta prova definendo il comportamento dell’amministrazione «ridicolo»: dopo aver vinto due scudetti, la sua società può usufruire dell’impianto solo il giorno prima della partita, quello della gara e quello successivo.

Un lusso che, nelle sue parole, equivale a dover subire i «maledetti concerti» che devastano il manto erboso, tanto da costringerlo a chiedere espressamente alla Lega di far giocare la prima giornata del prossimo campionato in trasferta (e, infatti, il calendario recentemente sorteggiato parla di Genova), per avere il tempo di rizollare un campo ridotto malissimo.

«È inutile spendere 200 milioni di denaro pubblico», ha ribadito, ribadendo un concetto che per lui è diventato ormai un mantra: il centro sportivo nuovo si farà, ma per lo stadio serve una riflessione a parte, ed eventualmente l’addio.

La stella polare del bilancio e la normalità del mercato

Tornando ai due calciatori, che insieme pesano come un macigno sul monte ingaggi societario, il discorso del presidente si è fatto volutamente tranchant. «Vedremo quando ci metteremo tutti a lavorare cosa succederà, e vedremo cosa ne penserà l’allenatore nuovo», ha specificato, facendo un chiaro riferimento al limbo tecnico che ancora avvolge la panchina partenopea.

Sebbene i regolamenti federali (definiti da lui stesso «stantii» con una certa ironia) gli impediscano di annunciare ufficialmente il successore di Conte, l’aria è quella di un passaggio di consegne ormai scontato verso Massimiliano Allegri; e proprio al futuro tecnico spetterà la decisione ultima se privarsi o meno dei due belgi. L’avvertimento, tuttavia, è lapidario: «Se dovranno andare via, andranno via. Qual è il problema? Il mondo è pieno di calciatori».

Una frase che, nella sua semplicità, racchiude l’intera filosofia del patron: nessuno è più intoccabile, e i traballanti equilibri economici del club vanno risanati replicando il modello virtuoso della compravendita, così come fu nell’epoca d’oro che aveva portato al tricolore con Luciano Spalletti.

Un viaggio oltreoceano tra mondiali e capitali stranieri

Queste dichiarazioni, rilasciate nella cornice di Palazzo Petrucci a Posillipo, hanno fatto da preludio a un’assenza che durerà tre settimane. De Laurentiis, infatti, è partito alla volta di Los Angeles: ufficialmente per assistere dal vivo ad alcune partite dei Mondiali di calcio (evento che ovviamente catalizza l’attenzione mediatica), ma con un’agenda che, come da tradizione, cela ben altre priorità.

Il summit con i finanziatori americani, quelli che periodicamente si fanno vivi con offerte definite «faraoniche» per rilevare il club, è nuovamente all’ordine del giorno, anche se il messaggio per la piazza resta volutamente rassicurante: «Fin quando non mi romperò le scatole, i tifosi devono stare tranquilli». Un modo elegante per dire che, finché sarà lui al comando, le gerarchie le decide il padrone, non gli attaccanti. Se De Bruyne o Lukaku – arrivati con grandi fanfare e salari da top player – speravano di dettare le condizioni per il post-Conte, hanno sbagliato clamorosamente calcolo.

Per il numero uno azzurro, anche i campioni sono merce, e come tale vanno gestiti: con pragmatismo, senza lacrime, e con la consapevolezza che il mercato globale offre sempre un’alternativa. La palla, ora, passa ai nuovi vertici tecnici e alla volontà dei diretti interessati di rimanere a bordo di una nave che, nonostante gli scudetti recenti, cerca di non affondare sotto il peso dei propri errori strategici.

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