Tyler Robinson, il giallo della pallottola che non convince

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’udienza preliminare per l’omicidio di Charlie Kirk, il fondatore di Turning Point USA ucciso il 10 settembre 2025 durante un comizio all’aperto alla Utah Valley University di Orem, rischia di slittare. La difesa di Tyler Robinson, il ventiduenne accusato del delitto, ha depositato una mozione chiedendo più tempo per esaminare un mare di prove tecniche, ma è un dettaglio specifico – emerso dai rapporti balistici federali – a minare quella che finora sembrava la certezza dell’accusa.

Il proiettile che ha ucciso Kirk, secondo quanto riportato in documenti legali ottenuti da Tmz e citati dalla stampa, non è stato identificato con certezza come proveniente dal fucile di precisione Mauser sequestrato vicino alla scena del crimine e attribuito a Robinson. A dirlo è un rapporto del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives (Atf), l’agenzia federale che si occupa di armi: i periti non sono riusciti a stabilire un collegamento conclusivo tra il frammento di piombo recuperato durante l’autopsia e l’arma, un fucile d’epoca utilizzato in entrambe le guerre mondiali. L’Fbi starebbe conducendo un secondo esame comparativo, ma i risultati non sono ancora disponibili.

Un’indagine tra 600mila file e profili genetici multipli

La mozione presentata dal pool difensivo, che chiede un rinvio di sei mesi dell’udienza preliminare fissata per maggio, non si limita a sottolineare l’incertezza balistica. Gli avvocati hanno ricevuto un disco rigido contenente un archivio imponente: trentuno ore di registrazioni audio, oltre settecento ore di video, e ben seicentomila file di dati complessivi, una mole che, secondo la difesa, rende materialmente impossibile preparare un’eccezione di merito nei tempi ristretti.

A complicare ulteriormente il quadro ci sono le tracce di Dna. L’accusa sostiene di aver trovato materiale genetico riconducibile a Robinson sul grilletto, su un bossolo e su due cartucce, ma la difesa ribatte che i referti parlano di “miscugli” di profili multipli, provenienti da almeno cinque persone diverse. La difesa sostiene di non aver ancora ricevuto i protocolli completi di queste analisi, indispensabili per sottoporle a una controperizia indipendente.

Le confessioni via sms e il movente politico

L’accusa, dal canto suo, non sembra intenzionata a lasciare che l’attenzione si concentri solo sulle discrepanze forensi. Christopher Ballard, uno dei pubblici ministeri, ha chiarito che una valutazione “non conclusiva” in balistica è frequente quando il frammento è troppo danneggiato per offrire dettagli sufficienti, e ha assicurato che esistono “ample prove” per dimostrare la colpevolezza di Robinson al di là di ogni ragionevole dubbio.

Tra queste, un ruolo centrale lo giocano i messaggi di testo che il ventiduenne avrebbe inviato alla sua coinquilina, una persona transgender con cui intratteneva una relazione sentimentale. In quei messaggi, Robinson avrebbe scritto di aver puntato il fucile perché era “stanco dell’odio” propagato dall’attivista conservatore. Un elemento che, nella strategia dell’accusa, punta a consolidare il movente: Kirk era stato ucciso per la sua espressione politica durante un evento pubblico.

Un processo sotto i riflettori tra pena di morte e dubbi politici

La richiesta di rinvio, che sarà discussa in un’udienza separata già il 17 aprile, arriva in un clima politico già surriscaldato dalla violenza che ha segnato l’ultimo anno di campagna elettorale. La morte di Kirk, avvenuta a oltre trecento metri di distanza dal punto in cui si trovava il cecchino, fu il primo omicidio nel campus dell’ateneo dello Utah, un’istituzione che vantava uno dei record di sicurezza più alti del paese.

La posta in gioco per Robinson è altissima: il procuratore distrettuale Jeffrey Gray ha già annunciato che, in caso di rinvio a giudizio, chiederà la pena di morte. E mentre la difesa cerca di smontare le prove regina del fascicolo, il dibattito pubblico resta polarizzato. Figure influenti della destra americana, dall’ex consigliere strategico della Casa Bianca Steve Bannon alla commentatrice Candace Owens, hanno alimentato i dubbi sulla versione ufficiale, descrivendo una ricostruzione che “non torna”. Una narrazione che il ritardo nell’udienza e la mancata corrispondenza balistica rischiano ora di alimentare ulteriormente.

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