Il Consiglio Supremo di Difesa mette un punto fermo: l’Italia non è in guerra
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Redazione Esteri
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Due ore e mezza di riunione attorno al tavolo circolare del Quirinale, un arco di tempo nel quale il Consiglio Supremo di Difesa, convocato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha dovuto fare i conti con una settimana che aveva messo a dura prova la tenuta delle istituzioni, costringendole a interrogarsi sul perché, tra gli obiettivi dell’attacco iraniano a Erbil, ci fosse finita anche una base italiana. L’esito del confronto, al quale ha partecipato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni con buona parte del governo e i vertici delle Forze armate, è una rivendicazione netta dell’articolo 11 della Costituzione, ribadita senza ambiguità: l’Italia non partecipa e non prenderà parte a quel conflitto. La nota diffusa al termine della seduta non lascia spazio a interpretazioni, fotografando un paese che, pur stretto tra gli obblighi derivanti dalle alleanze e la necessità di proteggere i propri militari e cittadini all’estero, rivendica con forza la via negoziale e diplomatica, l’unica, si legge nel documento, capace di contrastare la crisi dell’ordine internazionale che ha nel moltiplicarsi di iniziative unilaterali il suo tratto più preoccupante.
Un attacco che cambia le prospettive
Era accaduto che un drone, molto probabilmente riconducibile alle milizie sciite irachene vicine ai Pasdaran e non a un lancio diretto di Teheran, avesse centrato nei giorni scorsi Campo Singara, la base italiana nell’area di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Il velivolo, volando a bassa quota per eludere le difese, era piombato sulle strutture del contingente, distruggendo un locale adibito a pizzeria, “Il Fortino”, e alcuni automezzi parcheggiati nelle vicinanze. Nessun militare era rimasto ferito, va detto, perché l’allarme era scattato in tempo e tutti avevano trovato rifugio nei bunker, ma il fatto che l’attacco fosse stato portato a segno aveva sollevato interrogativi inevitabili sulla natura di quell’aggressione e sulle conseguenze che avrebbe potuto comportare per la presenza italiana in Iraq. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, non aveva esitato a definire l’attacco “deliberato”, specificando che la base, inserita nel complesso militare della coalizione anti-Isis, ospita anche forze statunitensi e della Nato.
La replica del Colle e la tenuta istituzionale
Proprio da quell’episodio, e dalla “grande preoccupazione” per la crisi in Medio Oriente e i suoi riflessi sul Mediterraneo, era partita l’esigenza di un chiarimento al massimo livello, quel Consiglio Supremo di Difesa che Mattarella ha voluto per ristabilire un perimetro d’azione chiaro e condiviso. Il governo, occorre ricordarlo, si trovava in una posizione complessa, chiamato a gestire la pressione degli alleati americani, con Trump tornato alla Casa Bianca, e la necessità di non farsi trascinare in un’escalation bellica non voluta. La risposta del Colle è arrivata netta, blindando l’unità d’intenti: nessuna partecipazione italiana alla guerra, ma contestualmente nessuna messa in discussione delle basi militari presenti sul territorio nazionale concesse agli Stati Uniti, il cui utilizzo deve però avvenire nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti, con il Parlamento chiamato a esprimersi su eventuali richieste che dovessero eccedere quel perimetro.
Il nodo delle evacuazioni e la sicurezza dei soldati
Parallelamente al dibattito politico-istituzionale, si è mossa la macchina logistica della Difesa, chiamata a garantire l’incolumità dei propri soldati in un teatro diventato improvvisamente ostile. Non si è trattato, come qualcuno ha voluto leggere, di una ritirata precipitosa, ma di un piano di rientro e riposizionamento studiato nei dettagli, che ha visto il rimpatrio di oltre cento militari e il trasferimento di alcune decine di altri in Giordania, mentre per i circa centoquaranta rimasti si sta procedendo con una evacuazione via terra, verosimilmente attraverso la Turchia, data l’impossibilità di organizzare un ponte aereo diretto. Una operazione complessa, quest’ultima, che testimonia la volatilità della situazione sul campo, dove le milizie sciite, che in passato avevano combattuto a fianco degli americani contro il sedicente Stato islamico, ora rivolgono le loro armi contro la coalizione, cercando di colpire gli alleati di Washington per spingerli fuori dal paese. Il Consiglio, nel prendere atto di queste dinamiche, ha espresso condanna per l’aggressione subita dai militari italiani, rinnovando loro vicinanza e gratitudine per la professionalità dimostrata in un frangente tanto delicato.




