Mattarella convoca il Consiglio Supremo di Difesa: nessuna partecipazione italiana alla guerra, sì alle basi Usa nel rispetto della Costituzione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Due ore e mezza di riunione attorno al tavolo circolare del Quirinale, e il Consiglio Supremo di Difesa ha ricucito quell’unità d’intenti tra le istituzioni — Governo, Parlamento, Forze armate e Presidenza della Repubblica — messa a dura prova dalle ripercussioni della crisi mediorientale. Convocato da Sergio Mattarella al termine di una settimana che aveva visto l’Italia ritrovarsi suo malgrado nel mirino di Teheran, l’organo presieduto dal Capo dello Stato ha tracciato una linea chiara: l’Italia non parteciperà al conflitto, ribadendo quanto già dichiarato dalla presidente del Consiglio in Parlamento, ma non per questo intende abdicare al proprio ruolo nella regione né tantomeno mettere in discussione gli accordi internazionali che regolano la presenza di basi statunitensi sul territorio nazionale.

La riunione, che ha visto intorno al tavolo la premier Giorgia Meloni e i ministri chiave dell’esecutivo — da Antonio Tajani alla Farnesina a Guido Crosetto alla Difesa, passando per Matteo Piantedosi all’Interno e Giancarlo Giorgetti all’Economia — ha preso le mosse dall’escalation seguita all’azione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, un’escalation che ha prodotto effetti immediati anche per il contingente italiano. Proprio l’attacco con un drone di fabbricazione iraniana contro la base di Erbil, in Iraq, avvenuto nei giorni scorsi e per fortuna senza conseguenze per i militari tricolori, ha reso plasticamente evidente come il conflitto, per quanto geograficamente lontano, possa improvvisamente bussare alla porta delle nostre postazioni avanzate, imponendo una riflessione approfondita sui margini di manovra e sui vincoli entro i quali la nostra politica di difesa è chiamata a muoversi.

Al centro del documento finale licenziato dal Consiglio, naturalmente, la riaffermazione del principio contenuto nell’articolo 11 della Costituzione, quello stesso che ripudia la guerra come strumento di offesa e che obbliga l’Italia a sostenere le organizzazioni internazionali volte alla pace e alla giustizia tra le nazioni. Un principio che, nella lettura del Consiglio, non equivale a un neutralismo passivo ma semmai a un impegno attivo sul versante diplomatico, nella ricerca di uno spazio negoziale che appaia quanto mai stretto dopo la moltiplicazione delle iniziative unilaterali e il progressivo indebolimento del sistema multilaterale incentrato sull’ONU. Preoccupazione, quest’ultima, espressa con chiarezza nel comunicato laddove si constata come la crisi dell’ordine internazionale rischi di vanificare anche le risposte a sfide comuni, dal rischio nucleare iraniano — che pure viene citato — alla protezione dei civili, con un passaggio specifico sulla strage di Minab che ha visto tra le vittime troppi bambini.

Particolare attenzione è stata dedicata, nel corso dell’incontro, allo spinoso capitolo delle basi militari concesse in uso alle forze statunitensi, infrastrutture la cui presenza sul territorio nazionale è regolata da accordi bilaterali che ne definiscono il perimetro d’azione. Il Consiglio ha preso atto con favore del fatto che il Parlamento, con propria risoluzione, si sia già espresso sulla necessità che l’utilizzo di queste strutture avvenga nel rispetto del quadro giuridico vigente, limitato ad attività addestrative e di supporto tecnico-logistico. Ma ha anche aggiunto un passaggio politicamente rilevante: qualora dovessero giungere richieste eccedenti quel perimetro, sarà il Parlamento stesso a dover essere chiamato in causa, una precisazione che suona come un avvertimento preventivo a eventuali tentazioni di aggirare il vaglio delle Camere e che al tempo stesso ribadisce la centralità del principio di sovranità nazionale.

L’analisi del Consiglio si è allargata poi all’intero scacchiere mediorientale, con un’attenzione specifica al Libano dove la missione UNIFIL, attualmente a guida italiana, continua a operare in condizioni di crescente difficoltà. Il documento chiede a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle pur inaccettabili azioni di Hezbollah — quelle stesse che hanno trascinato il Paese dei cedri in un nuovo conflitto — e giudica allarmanti le violazioni della risoluzione 1701 del 2006, così come i ripetuti attacchi al contingente ONU. E proprio mentre il Consiglio di Sicurezza ha deciso per la conclusione della missione, si sottolinea come resti ineludibile garantire la sicurezza della Linea Blu, sostenendo le capacità delle Forze Armate Libanesi chiamate a raccogliere un’eredità quanto mai pesante.

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