Un mese di guerra e una rivolta sotterranea: il conflitto tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran e il fronte interno di Teheran
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Redazione Esteri
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Sono trascorsi trenta giorni esatti dall’alba del 28 febbraio, quando la coalizione israelo-americana ha dato il via all’operazione militare congiunta contro obiettivi iraniani, un’offensiva che ha trasformato la tensione latente in un conflitto aperto, segnando un crinale netto nella geopolitica mediorientale. Quella mattina, i bombardamenti, condotti con una potenza di fuoco che ha visto impiegati jet di ultima generazione e missili da crociera, non miravano solo a installazioni militari, ma hanno colpito anche una riunione di vertice a Teheran, decapitando di fatto il vertice del delle Guardie della Rivoluzione Islamica e uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei. L’amministrazione Trump, forte del suo ritorno alla Casa Bianca, ha agito in sinergia con Gerusalemme, spesa 25 miliardi di dollari e subito la perdita di 13 soldati, ma a un mese di distanza non ha ancora fornito una risposta chiara all’interrogativo che molti si pongono: quale sia l’obiettivo strategico finale di una guerra che non si è ancora risolta in nulla di concreto.
Se il fronte esterno brucia, con le operazioni che si estendono su due binari paralleli e indipendenti (il Libano e il Golfo Persico), è all’interno dei confini della Repubblica Islamica che la situazione è precipitata in una delle più grandi rivolte della sua storia. Già a fine dicembre, ancor prima dell’attacco, migliaia di persone erano scese in piazza in molte città per contestare un regime messo in ginocchio dalla crisi economica. La repressione, orchestrata su ordine della Guida Suprema (prima della sua morte) e condotta principalmente per mano delle Guardie della Rivoluzione, è stata durissima: nei soli primi giorni delle proteste, sono state documentate decine di vittime, ma il bilancio sarebbe salito rapidamente a migliaia di morti nei mesi successivi, con stime che parlano di circa 7mila vittime accertate da organizzazioni indipendenti e di oltre 50mila arrestati. Un bagno di sangue che ha trasformato il dissenso in odio profondo, al punto che, come riferito da alcuni cittadini attraverso messaggi, si sperava in un intervento esterno pur di vedere la fine di Khamenei.
Dal punto di vista geopolitico, la guerra tra Israele e Iran è diventata, nelle intenzioni degli strateghi, una guerra economica di portata mondiale. La posta in gioco è ridisegnare l’architettura regionale facendo leva sull’insicurezza energetica globale: una strategia che Gerusalemme e Teheran hanno contribuito a generare, giocando di sponda con obiettivi tattici sovrapponibili. Il conflitto ha già avuto ripercussioni pesanti sull’economia globale, con l’Fitch Ratings che ha ipotizzato una riduzione del Pil mondiale dello 0,8% se l’escalation dovesse proseguire, mentre il Fondo Monetario Internazionale ha avvertito che la resilienza economica è messa a dura prova dalla volatilità dei prezzi energetici. In questo scenario, la Turchia, la Russia e le dinamiche del conflitto in Ucraina, così come le tensioni tra Ciad e Sudan, rappresentano variabili che si intrecciano, anche se il centro del vortice rimane il Golfo, dove la navigazione commerciale è stata pesantemente dislocata.
L’operazione militare e l’equilibrio navale nel Golfo
L’operazione congiunta, che ha coinvolto non solo l’aviazione ma anche una potente componente navale con due portaerei americane (la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald R. Ford) dispiegate nel Mediterraneo orientale e nel nord del Mar Arabico, ha mirato a stabilire la supremazia aerea e a neutralizzare la minaccia iraniana nello Stretto di Hormuz. I report indicano che, nelle prime fasi, i caccia israeliani hanno operato indisturbati sui cieli di Teheran e delle città occidentali, mentre le forze statunitensi hanno distrutto infrastrutture missilistiche e navi militari iraniane, comprese fregate e corvette, impedendo di fatto un blocco totale del passaggio strategico per il petrolio. Tuttavia, nonostante i successi tattici e l’eliminazione dei vertici, la campagna non ha ancora avuto l’effetto destabilizzante auspicato per provocare una sollevazione popolare coordinata che porti al cambio di regime. La risposta iraniana, seppur meno efficace in termini di precisione, non ha tardato ad arrivare: centinaia di missili balistici e droni sono stati lanciati verso Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, un fuoco di sbarramento che ha testato i sistemi di difesa missilistica dei paesi del Golfo e le batterie Patriot schierate sul posto.
Le proteste in Iran: il fronte interno come variabile strategica
La rivolta che ha infiammato l’Iran tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 rappresenta, per intensità e diffusione, un punto di non ritorno. Le proteste, iniziate il 28 dicembre nel bazar di Teheran a causa delle condizioni economiche disastrose, si sono rapidamente estese a tutte le 31 province del paese, coinvolgendo almeno 186 città. La risposta del regime, già autoritaria di per sé, è stata caratterizzata dall’uso di armi da fuoco pesanti e da una repressione brutale: solo nella prima settimana si contarono almeno 19 morti accertati, con testimonianze dell’uso di fucili AK47 e mitragliatrici pesanti contro i civili. Il silenzio delle comunicazioni, con un blackout internet nazionale durato oltre 84 ore, non è riuscito a soffocare la voce dei manifestanti, né a impedire che il grido "Morte a Khamenei" risuonasse anche durante i funerali delle vittime. Proprio questa furia repressiva, lungi dallo spegnere il malcontento, ha alimentato un sentimento di odio profondo e la convinzione diffusa che la sopravvivenza della Repubblica Islamica sia ormai incompatibile con le richieste di libertà della popolazione.
Le ripercussioni geopolitiche e la crisi diplomatica
Sul piano diplomatico, l’attacco ha di fatto cancellato i fragili canali di comunicazione che erano stati aperti tra Stati Uniti e Iran con la mediazione dell’Oman e di altri paesi del Golfo. Fino alla vigilia dell’attacco, c’erano stati segnali di un possibile riavvicinamento, con gli Stati Uniti che sembravano propensi a disgiungere il dossier nucleare dalle questioni missilistiche, e l’Iran che accennava a una disponibilità a ridurre le scorte di uranio altamente arricchito. L’offensiva militare ha distrutto questa fiducia, portando l’amministrazione Trump ad allinearsi di fatto alla linea dura di Israele, un cambio di rotta che rischia di cristallizzare le ostilità in una forma prolungata. L’analisi di esperti come Wang Jin, direttore del Center for Strategic Studies, sottolinea come questa rottura abbia spinto la regione verso una polarizzazione estrema, con paesi come Arabia Saudita, Emirati e Qatar che, pur opponendosi all’escalation, si trovano ora esposti a rappresaglie. Mentre il mondo guarda con preoccupazione agli sviluppi, l’incertezza regna sovrana: nessuno può prevedere se la pressione esterna e quella interna si sommeranno fino a far crollare il sistema o se, al contrario, alimenteranno una guerra per procura ancora più devastante.




