Durov attacca la Spagna sui social vietati ai minori, Sanchez: "Proteggeremo i nostri figli"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il fondatore di Telegram, Pavel Durov, ha preso di mira la nuova legge spagnola che vieta l'accesso ai social network per i minori di sedici anni, una misura annunciata dal governo di Pedro Sanchez e divenuta rapidamente virale. Durov, in un intervento aspro, ha definito le norme non come un dispositivo di sicurezza ma come un "passo verso il controllo totale", scagliandosi contro quella che ritiene una deriva autoritaria mascherata da tutela. La replica di Madrid, che non si è fatta attendere, è stata netta e personale, ricordando come l'imprenditore sia stato in passato arrestato a Parigi per presunte responsabilità in reati gravi commessi attraverso la sua piattaforma. "Il suo messaggio", ha affermato un portavoce del governo spagnolo, "riflette il modo di operare dei tecnocrati sui social media: è pieno di bufale e mira a minare la fiducia nelle nostre istituzioni".

Lo scontro tra libertà e controllo

La proposta, che mira a rafforzare i sistemi di verifica dell'età e introdurre nuove responsabilità penali per i vertici delle piattaforme, ha acceso un dibattito che travalica i confini nazionali, sollevando questioni fondamentali sul ruolo dello stato, delle aziende tecnologiche e delle famiglie. Se da un lato Sanchez difende la scelta come un dovere di protezione verso i più giovani, dall'altro una parte della critica, non solo libertaria, la interpreta come una confessione di fallimento. C'è chi, come l'esperto di policy tecnologiche Matteo Flora, ha paragonato la legge a un assurdo transfert di colpa: "Se un genitore dà le chiavi dell'auto a un dodicenne", ha osservato, "non diamo la colpa al concessionario". Un'analisi che tocca il nervo scoperto di una società dove l'educazione digitale stenta a decollare e il compito di vigilanza rischia di essere delegato interamente alla legge o, peggio, agli algoritmi stessi delle piattaforme.

Il cuore del problema: educazione o divieto?

Al di là delle polemiche, rimane il dato di fatto, evidenziato da molti pedagoghi e insegnanti, che un mero divieto anagrafico risulta di difficile applicazione pratica e potrebbe spingere i più giovani verso forme di accesso ancora più opache e meno controllabili. L'idea di introdurre l'educazione digitale nelle scuole, pur condivisibile in linea di principio, si scontra con la velocità dell'innovazione tecnologica e con la pervasività di strumenti che, divieto o non divieto, restano parte integrante della vita sociale delle nuove generazioni. Il rischio, insomma, è che la misura spagnola finisca per essere percepita come un tentativo di mettere una pezza a un problema sistemico, senza affrontarne le radici che affondano nella mancanza di strumenti culturali adeguati e in una formazione spesso carente sia in famiglia che nelle aule.

Un precedente giudiziario che pesa

Le accuse rivolte a Durov da Madrid non sono casuali e gettano un'ombra sullo scontro in corso, inserendolo in un contesto giudiziario già delineato. Il riferimento all'arresto parigino, legato a indagini su gravissimi reati veicolati attraverso la messaggistica crittografata, serve a sminuire la legittimità della sua protesta, dipingendola come l'ultima mossa di un imprenditore riluttante ad assumersi qualsiasi responsabilità per gli abusi che avvengono sul suo network. Questo aspetto, unito al tono apocalittico dello scontro verbale, dove da una parte si parla di "controllo totale" e dall'altra di "bufale" manipolatorie, dimostra quanto la battaglia sui confini del digitale si stia spostando su un piano sempre più ideologico e meno tecnico, con posizioni che sembrano irriconciliabili.

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