Trump tra Putin e Zelensky: la pace in Ucraina ancora un'illusione
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Redazione Esteri
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Un vertice definito «fantastico» dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a conclusione dell'incontro a Mar-a-Lago con il leader ucraino Volodymyr Zelensky, non basta a celare la stasi negoziale su un conflitto che, nonostante i proclami, rimane irrisolto. La frenetica attività diplomatica delle ultime ventiquattr'ore, che ha visto Trump dialogare anche con il presidente russo Vladimir Putin e con i principali capi di Stato europei, sembra infatti ruotare attorno a questioni note e finora insormontabili. Se da un lato si sottolinea la volontà di giungere a un'intesa «solida» sulle garanzie di sicurezza per Kiev, con un coinvolgimento diretto delle nazioni del Vecchio Continente, dall'altro permangono gli scogli che, di fatto, bloccano ogni progresso concreto: lo status dei territori del Donbass e le modalità stesse della futura sicurezza nazionale ucraina.
Il circolo vizioso dei negoziati
La trattativa, come evidenziato dalle parti ai leader europei durante i successivi colloqui telefonici, sembra incappare in un circolo vizioso dal quale è difficile uscire. Senza garanzie di sicurezza credibili e vincolanti, che vadano ben oltre le semplici dichiarazioni di intenti, Kiev si mostra comprensibilmente riluttante a discutere qualsiasi forma di concessione territoriale. Al contrario, Mosca, la cui posizione è stata ribadita da Putin nel corso della conversazione con Trump, pone proprio la questione dei territori contesi come prerequisito imprescindibile per qualsiasi trattativa formale. Questo dualismo, che gli esperti definiscono un classico stallo da sicurezza-dilemma, rischia di rendere vane le pur intense consultazioni, relegando gli annunci di progressi – come quello sull’essere d’accordo “al 90/95%” sui venti punti di un documento negoziale – a mere operazioni di facciata.
Il peso degli eventi esterni
A complicare ulteriormente il quadro, peraltro già di per sé intricato, si inseriscono poi eventi esterni ai tavoli diplomatici, i quali rischiano costantemente di minare la già fragile fiducia tra le parti. Il riferimento è al racconto, circolato in queste ore, di un presunto attacco a lungo raggio condotto dall’Ucraina contro una residenza di Putin; episodio che, sebbene non confermato nei dettagli operativi, ha immediatamente riacceso toni bellicosi e gettato un gelo improvviso sul clima della trattativa. Incidenti del genere, veri o presunti che siano, ricordano quanto il percorso verso una pace negoziata sia esposto a derive imprevedibili, capaci di far naufragare mesi di lavoro con una sola, drammatica scintilla.
La strada incerta dei «Volenterosi»
In questo contesto carico d’incognite, l’annuncio del presidente francese Emmanuel Macron di convocare per l’inizio di gennaio una riunione dei cosiddetti «Volenterosi» appare come un tentativo di tenere accesi i riflettori sulla crisi e di coordinare una risposta europea coerente. La posta in gioco, come sottolineato dalle dichiarazioni di Trump stesso, è proprio il ruolo che l'Europa dovrà giocare nel fornire quelle garanzie di sicurezza che costituiscono il chiodo fisso di Kiev. Tuttavia, in assenza di una soluzione politica alla spinosa questione territoriale – il vero nocciolo duro della guerra – anche il più solido patto di sicurezza rischia di rivelarsi un castello di carte, pronto a cadere al primo soffio di vento. La cronaca nera di questo conflitto, fatta anche di indagini su crimini di guerra e sviluppi giudiziari di cui si occupano i tribunali internazionali, continua a scorre parallela alla diplomazia, ricordando che il tempo per trovare una via d'uscita non è infinito.




