Minneapolis, il video smentisce Trump: Alex Pretti aveva un cellulare, non una pistola
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Redazione Esteri
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Un nuovo filmato, catturato da una testimone diretta, squarcia il velo sulla morte di Alex Jeffrey Pretti, ucciso a colpi di pistola dagli agenti federali a Minneapolis. Le immagini, che fanno seguito ad altre già diffuse e analizzate da testate come il New York Times, mostrano con inequivocabile chiarezza il momento che precede la tragedia: Pretti, nel tentativo di proteggere una donna verso cui un agente stava dirigendo uno spray al peperoncino, si frappone tra i due. La sua mano, come si evince dai fotogrammi, non stringe un'arma da fuoco ma l'inaffondabile compagno dei nostri giorni, un telefono cellulare. Altri agenti, accerchiandolo, lo investono a loro volta con lo spray irritante prima di gettarlo brutalmente a terra.
La dinamica dell'agguato
La sequenza video, che ha iniziato a circolare insistentemente sui social network per poi essere ripresa e sezionata dalle principali redazioni giornalistiche statunitensi, conferma e precisa una ricostruzione già emersa in altre inchieste su episodi analoghi, come quello costato la vita a Renee Good meno di tre settimane prima nelle stesse strade. Dopo essere stato atterrato dalla forza congiunta di sei uomini, Pretti viene privato della pistola che, stando alle ricostruzioni, aveva con sé. È nel tentativo di rialzarsi da quel groviglio di corpi e violenza che diversi proiettili, partiti dalle armi d'ordinanza dei federali, ne fermano per sempre i movimenti. Una verità fattuale, quella delle immagini, che stride platealmente con l'affrettata dichiarazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale aveva invece sostenuto, senza fornire prove, che l'uomo fosse armato.
Una città in pena non si arrende al gelo
Nonostante il freddo polare, con temperature percepite che toccavano i ventotto gradi sotto zero, centinaia di persone hanno voluto onorare la memoria di Pretti, radunandosi per una veglia notturna nel Whittier Park. Fiori, candele e cartelli commemorativi hanno punteggiato il manto di neve, creando un altare improvvisato e doloroso. Un silenzio carico di rispetto e di lutto, spezzato solo dal crepitio delle fiammelle, ha avvolto la scena, in un contrasto stridente con i tumulti e le grida di protesta che avevano infiammato la città nelle ore precedenti. Quella folla, compatta nel dolore, ha voluto testimoniare una presenza che va oltre la paura, una volontà di chiedere giustizia che non si piega neppure agli elementi.
Le ombre di una strategia repressiva
L'episodio, mentre le indagini procedono per accertare le singole responsabilità, getta una luce cruda sulle modalità d'intervento delle forze federali in contesti di tensione. La discrepanza tra le evidenze video e le versioni ufficiali iniziali solleva interrogativi pesanti, come già accaduto in passato, sul processo di comunicazione e sulla trasparenza dopo simili eventi. La morte di Pretti, arrivata a così breve distanza da altri casi fatali, rischia di essere percepita non come un tragico incidente isolato, ma come il sintomo di una pratica operativa che privilegia un uso letale della forza, anche laddove la minaccia non appaia immediata o incontrollabile. Le strade di Minneapolis, così, continuano a essere il teatro di uno scontro profondo, fatto di dolore privato che diventa pubblico e di una ricerca della verità che passa sempre più spesso attraverso le riprese dei testimoni.




