Fmi: rischi al ribasso e possibile crisi energetica, per l’Italia crescita ferma allo 0,5%
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Redazione Economia
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L’allarme, lanciato dagli esperti del Fondo Monetario Internazionale nel consueto aggiornamento semestrale del World Economic Outlook pubblicato oggi a Washington, non lascia spazio a facili ottimismi: i rischi al ribasso restano dominanti nonostante la concreta materializzazione di un evento – l’escalation delle tensioni geopolitiche – più volte sottolineata nei rapporti precedenti. Le tensioni, si legge nel documento diffuso durante gli Spring Meetings, potrebbero aggravarsi ulteriormente rispetto alla situazione attuale, trasformando il contesto nella più grande crisi energetica dei tempi moderni. Un’eventualità, quest’ultima, che lo stesso Fmi descrive come uno scenario estremo ma assolutamente plausibile, capace di innescare una recessione globale paragonabile – per intensità – a quella seguita al crollo di Lehman Brothers o alla pandemia da Covid. Se a ciò si aggiungono i fattori di stress interni a molte economie, il quadro diventa ancora più fosco.
L’effetto Hormuz e il petrolio come arma
Il nodo centrale della partita, a giudicare dal rapporto, è rappresentato dalla chiusura dello stretto di Hormuz e dalle sue ricadute sui mercati energetici. Gli analisti del Fondo hanno elaborato scenari che vanno da un moderato aumento del 19% del prezzo delle materie prime – ipotesi sulla quale si basa la previsione centrale – fino a rincari del 100% nel caso peggiore. Un incremento di tale portata, combinato con un prolungamento del conflitto in Medio Oriente, spingerebbe la crescita globale sotto la soglia del 2%, quella che tecnicamente gli economisti definiscono recessione mondiale. Il direttore del dipartimento di ricerca dell’istituzione ha ricordato come, prima dello scoppio della guerra, l’economia mondiale stesse correndo a ritmi superiori alle attese; un paradosso amaro, se si pensa che oggi gli stessi tecnici sono costretti a tagliare le stime proprio a causa di un conflitto che nessuno aveva messo in preventivo nei dettagli attuali.
Italia e area euro: numeri in rosso
Per quanto riguarda l’Europa e, in particolare, il nostro Paese, le cifre parlano chiaro. L’area euro ha subito un taglio dello 0,2% sulle attese di crescita per entrambi gli anni in esame, attestandosi rispettivamente all’1,1% e all’1,2%. Peggio di così, solo l’Inghilterra, che paga lo scotto di una maggiore volatilità finanziaria. L’Italia, però, fa registrare una delle performance più deboli del continente: gli analisti del Fondo hanno rivisto al ribasso le previsioni del Prodotto Interno Lordo, portandole a un misero +0,5% sia per il 2026 che per il 2027. Un dato, questo, che cancella di fatto quel fragile miglioramento che si era ipotizzato a inizio anno, quando la stima si aggirava ancora sullo 0,7%. In parole povere, il Belpaese rischia di restare sostanzialmente fermo per due anni, divorato dall’incertezza e da un’inflazione che, proprio a causa dei rincari energetici, l’Fmi vede accelerare al 2,6% già quest’anno per poi attenuarsi solo marginalmente al 2,4% nel 2027. La disoccupazione, invece, dovrebbe registrare un lievissimo calo al 6% nel 2026, salvo poi risalire al 6,1% l’anno successivo, a testimonianza di un mercato del lavoro che assorbe gli shock con estrema fatica.
Inflazione e la pazienza delle banche centrali
E proprio sul fronte dei prezzi, il Fondo Monetario offre una raccomandazione che sa di paradosso. Nonostante l’aumento dell’inflazione – quella globale è attesa al 4,4% nel 2026 – l’istituzione guidata da Kristalina Georgieva invita le banche centrali a non correre ai ripari. Meglio attendere, suggeriscono i tecnici, prima di alzare ulteriormente i tassi di interesse. Una posizione, questa, che si basa sulla convinzione che l’attuale fiammata sia essenzialmente un fenomeno legato all’offerta e non un surriscaldamento della domanda; in assenza di un conflitto così distruttivo, d’altronde, il quadro economico sarebbe stato decisamente più roseo. La Banca Centrale Europea e la Federal Reserve, quindi, farebbero bene a mantenere la rotta, evitando di soffocare una crescita già di per sé anemica. Tuttavia, se la crisi energetica dovesse cronicizzarsi – e con essa le aspettative di inflazione – allora anche l’atteggiamento delle autorità monetarie dovrebbe cambiare drasticamente.




