Il conto salato dell'Operazione Epic Fury e la strategia del logoramento
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Redazione Esteri
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L'analisi del conflitto in Iran, proposta dalla rubrica “Mediterraneo” di Rai 3 e condotta da voci autorevoli come Valeria Talbot dell’Ispi e monsignor Leo Boccardi, già nunzio apostolico a Teheran, giunge in un momento in cui i costi, non solo umani ma anche finanziari, dell’offensiva cominciano a delinearsi con preoccupante chiarezza. L’operazione denominata “Epic Fury”, avviata dagli Stati uniti alla fine di febbraio, ha già bruciato risorse per una cifra che oscilla, a seconda delle fonti e dei parametri considerati, tra gli undici e i tredici miliardi di dollari. Un salasso, quello di circa un miliardo al giorno, che include le spese operative dirette – il carburante degli aerei, il funzionamento delle portaerei, gli stipendi del personale – ma che non tiene conto dei costi di preparazione che hanno preceduto i primi bombardamenti. A questa voce, si aggiunge poi il peso della sostituzione dei missili e delle munizioni esaurite, un capitolo di spesa che il Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha stimato in oltre tre miliardi di dollari solo per le prime cento ore di campagna militare.
Il prezzo della guerra e chi lo paga
Se per l’amministrazione Trump il conto è già salatissimo in termini di dollari, le perdite in termini di asset militari, conseguenza delle rappresaglie iraniane, stanno assumendo proporzioni notevoli. Secondo una ricostruzione dell’agenzia Anadolu, che ha compilato dati da fonti aperte e immagini satellitari, il valore dei mezzi statunitensi distrutti o danneggiati nei primi quindici giorni di conflitto si aggirerebbe intorno ai quattro miliardi di dollari. Colpi durissimi sono stati inferti ai sistemi radar: un impianto di allarme rapido AN/FPS-132 nella base aerea di Al-Udeid, in Qatar, del valore di 1,1 miliardi, è stato centrato da un missile iraniano, mentre componenti cruciali dei radar AN/TPY-2, quelli associati ai sistemi di difesa THAAD dislocati tra Emirati Arabi Uniti, Giordania e Arabia Saudita, hanno riportato danni ingenti per un totale stimato di circa due miliardi. Non sono mancati poi episodi di “fuoco amico”, come quello che ha visto tre cacciabombardieri F-15E Strike Eagle andare distrutti in Kuwait a causa di un errore delle difese locali, e la perdita di almeno undici droni MQ-9 Reaper, ciascuno del valore di trenta milioni di dollari, abbattuti in diverse circostanze.
A queste difficoltà sul campo, si aggiunge una tensione crescente sul fronte energetico, un terreno sul quale l’Iran sembra voler giocare le sue carte migliori. La minaccia, esplicitata dalle Guardie Rivoluzionarie, di bloccare il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa un quinto della produzione mondiale – ha fatto impennare i prezzi del greggio, innescando una reazione a catena che preoccupa i mercati globali. Donald Trump, da parte sua, ha reagito con la consueta veemenza, promettendo su Truth Social una ritorsione venti volte superiore se Teheran dovesse ostruire il passaggio, ma al contempo ha tentato di rassicurare l’elettorato interno, ricordando come gli Stati Uniti, essendo il primo produttore mondiale, possano trarre profitto dall’aumento del prezzo del petrolio. Una posizione, quest’ultima, che stride con la decisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia di liberare sul mercato 400 milioni di barili dalle scorte strategiche per calmierare le quotazioni, un segnale inequivocabile del livello di allarme per le possibili ripercussioni economiche globali.
L'arma più esplosiva di Netanyahu
In questo quadro di distruzione e incertezza economica, emerge con chiarezza la strategia a medio-lungo termine perseguita da Israele. Benjamin Netanyahu, insieme a Reza Pahlavi, il figlio dello Scià deposto nel 1979, ha lanciato appelli alla popolazione iraniana affinché scenda in piazza, nel tentativo di trasformare il malcontento interno in un vero e proprio fronte aggiuntivo del conflitto. L’obiettivo, come sostengono diversi analisti, non è solo quello di colpire militarmente la Repubblica Islamica, ma di perseguirne una destabilizzazione politica ed economica perenne, che ne riduca definitivamente l’influenza regionale. Un disegno, quello della “sirianizzazione” dell’Iran, che mira a frammentare il paese in entità contrapposte – divisioni etniche tra Baluchi, Curdi, Azeri e lotte intestine tra fazioni – rendendo Teheran incapace di proiettare la propria potenza oltre i confini. La decapitazione dei vertici politici e militari, con la morte riportata di Ali Khamenei e di gran parte dei comandanti delle Guardie Rivoluzionarie e delle forze armate, ha certamente creato un vuoto di potere e gettato il paese in uno stato di shock, ma non è detto che questo si traduca automaticamente in un collasso. Anzi, l’esperienza storica suggerisce che le aggressioni esterne possano talvolta produrre l’effetto opposto, ricompattando la popolazione attorno ai simboli della nazione, per quanto delegittimati.
L'equilibrio fragile del mediterraneo
La rimozione fisica dell’intera leadership iraniana, un evento senza precedenti nella storia della Repubblica Islamica, ha aperto uno squarcio nell’equilibrio strategico che reggeva l’intera regione. Se da un lato Israele consegue successi tattici e ridefinisce i rapporti di forza, imponendosi come egemone regionale, dall’altro l’Iran superstite, seppur ferito, mantiene un arsenale asimmetrico di tutto rispetto. La sua capacità di colpire attraverso milizie proxy in Libano, Siria e Iraq, di interferire con il traffico marittimo nel Golfo e di condurre operazioni ibride e cyber non è stata azzerata dalla perdita dei comandanti. È qui che si innesta la strategia del logoramento: Teheran punta a rendere il conflitto insostenibile per gli Stati Uniti e i suoi alleati, alzando il costo della vita in occidente attraverso la leva dei prezzi energetici e colpendo le infrastrutture dei paesi vicini, come dimostrano i bombardamenti su impianti petroliferi in Arabia Saudita e Kuwait. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, che si trova geograficamente al centro del Mediterraneo, questa instabilità non è un evento lontano. Il Consiglio Supremo di Difesa, riunito dal presidente Mattarella, ha espresso forte preoccupazione per gli effetti destabilizzanti della crisi, ribadendo che l’Italia non parteciperà alla guerra e vigilando sull’utilizzo delle basi militari sul territorio nazionale, nel rispetto degli accordi internazionali. La prudenza, in questa fase, si configura come l’unica disciplina strategica possibile per un paese la cui economia e sicurezza sono profondamente intrecciate con le rotte che dal Golfo portano a Suez e al cuore del Mediterraneo.




