Grano duro, raccolto di qualità ma mercato in crisi: l’allarme di Confagricoltura Ravenna
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Redazione Economia
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L’Italia produce sempre meno grano duro e aumenta la dipendenza dalle importazioni. Una situazione che, secondo Confagricoltura Ravenna, rischia di compromettere il futuro di una delle filiere simbolo del Made in Italy. A lanciare l’allarme è il presidente provinciale Marcello Rivalta, che richiama l’attenzione sulle difficoltà economiche del comparto cerealicolo, nonostante una campagna caratterizzata da produzioni di buona qualità.
«Anche nel Ravennate gli agricoltori hanno concluso una campagna cerealicola positiva dal punto di vista qualitativo – afferma Rivalta –. il nostro territorio continua a esprimere produzioni di valore, frutto di competenze, innovazione e investimenti. Il problema è che questa qualità oggi non viene adeguatamente riconosciuta dal mercato».
I numeri di una produzione in contrazione
La provincia di Ravenna si conferma uno dei principali poli cerealicoli dell'Emilia-Romagna. Il grano duro occupa circa 32 mila ettari e, nella campagna appena conclusa, ha fatto registrare una produzione stimata di circa 1,6 milioni di quintali, rappresentando una componente fondamentale della filiera della pasta italiana.
A livello nazionale, secondo le stime diffuse da Italmopa, l'Associazione Industriali Mugnai d'Italia aderente a Confindustria, la produzione 2026 dovrebbe attestarsi intorno ai 4,1 milioni di tonnellate, in calo del 6% rispetto al raccolto del 2025 ma comunque superiore del 5,5% rispetto alla media delle ultime cinque campagne agricole.
La Puglia si conferma il principale bacino produttivo nazionale con oltre un milione di tonnellate, il miglior risultato dell'ultimo decennio, garantendo da sola un quarto del raccolto nazionale, soprattutto nel Foggiano. Seguono Sicilia con 680 mila tonnellate, Marche con 580 mila ed Emilia-Romagna con 420 mila tonnellate.
Qualità e criticità del raccolto 2026
Sul piano qualitativo il raccolto presenta caratteristiche complessivamente positive. I tecnici evidenziano buoni risultati sotto il profilo sanitario e merceologico, con pesi specifici favorevoli che garantiscono una migliore resa nella fase di macinazione. L'andamento climatico più fresco e piovoso in primavera, dopo la siccità dell'ultimo biennio, ha contribuito al buon esito complessivo della raccolta.
Meno soddisfacente, invece, il dato relativo al tenore proteico, risultato mediamente inferiore rispetto al raccolto del 2025, elemento importante per la qualità tecnologica delle semole destinate all'industria della pasta.
Prezzi in picchiata e costi in crescita
Secondo Confagricoltura, però, le quotazioni attuali restano inferiori ai costi medi di produzione. «Quando un'impresa produce qualità ma vende in perdita – prosegue Rivalta – il rischio è che molti agricoltori decidano di abbandonare questa coltura. E questo non sarebbe un problema solo per chi coltiva il grano, ma per tutta la filiera e, in prospettiva, anche per i consumatori».
I dati della Commissione Unica Nazionale (CUN) del 13 luglio 2026 confermano un quadro preoccupante. Il Fino al Centro perde 2 euro a tonnellata con valori 255-260 euro/t, mentre il Fino alto proteico subisce un calo di 5 euro a tonnellata. Stabili le quotazioni al Sud dove il Fino vale 265 euro a tonnellata; al Nord, dopo alcune settimane di sospensione, il Fino alto proteico torna a essere quotato 290-295 euro/t.
Le quotazioni internazionali del grano duro vanno decisamente in altalena: la conferma della scongiurata siccità in Usa vede in calo il prezzo Fob del Northern Durum in partenza dal golfo del Texas di ben 20 dollari Usa alla tonnellata, mentre resta invariato quello in partenza dalla regione dei grandi laghi, con l'effetto di una drastica riduzione del valore in euro per il primo e di un timido aumento per il secondo, causato dalla ripresa del dollaro Usa e con un prezzo Fob ora compreso entro un'ampia forchetta da 262,84 a 280,34 euro alla tonnellata.
Il rischio della dipendenza dall'estero
L'organizzazione agricola sottolinea come una minore produzione nazionale significhi maggiore dipendenza dai mercati esteri, filiere più lunghe e una crescente esposizione alle oscillazioni dei prezzi internazionali. I dati del Centro Studi di Confagricoltura confermano il trend: tra il 2012 e il 2025 le superfici coltivate a grano duro in Italia si sono ridotte del 10%, mentre il tasso di autoapprovvigionamento è sceso dal 78% al 56,5%. Oggi, di fatto, il Paese è costretto a importare quasi la metà del grano duro necessario alla produzione della pasta.
L'industria molitoria italiana trasforma ogni anno oltre 6 milioni di tonnellate di grano duro, principalmente per la produzione di semole destinate alla pasta, ma anche per pane e altri prodotti destinati sia al mercato interno sia all'export. Per soddisfare le esigenze dei trasformatori, è necessario importare circa 2 milioni di tonnellate di prodotto, che arriva soprattutto da Nord America, Australia e Kazakistan.
«Difendere la cerealicoltura italiana significa difendere la qualità della nostra pasta, valorizzare le produzioni locali e mantenere vivo il presidio agricolo del territorio – conclude Rivalta –. Non chiediamo assistenza, ma una vera strategia di filiera e condizioni di mercato che consentano alle imprese di continuare a produrre. Serve un prezzo equo che remuneri lavoro, investimenti e innovazione, perché il valore del grano italiano riguarda tutti».




