Grano duro, la trebbiatura 2026 si apre in perdita: allarme di Confagricoltura
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Alla vigilia della trebbiatura del raccolto 2026, quando le mietitrebbie iniziano a percorrere i campi da nord a sud, i produttori di grano duro si trovano a fare i conti con una realtà impietosa: le quotazioni non coprono nemmeno i costi di produzione. L'allarme, lanciato da Confagricoltura, evidenzia come la crisi del comparto stia assumendo contorni strutturali, con i prezzi che scendono al di sotto di ogni soglia di sostenibilità economica.
Il Centro Studi di Confagricoltura, in un'analisi che fotografa lo stato di salute della filiera, sottolinea come il prezzo del frumento duro di qualità superiore, rilevato dalla Commissione unica nazionale (Cun), sia ormai stabilmente inferiore ai 300 euro a tonnellata. Per avere un'idea più concreta della situazione, un quintale di grano duro viene venduto a circa 24 euro, una cifra che gli stessi agricoltori paragonano al prezzo di due pizze. Di fronte a questi numeri, il quadro che emerge è inequivocabile: chi raccoglie grano in questa stagione lo fa in perdita.
I numeri di un raccolto in calo
Secondo le stime diffuse da Italmopa, l'Associazione degli Industriali Mugnai d'Italia, la produzione nazionale di frumento duro per il 2026 dovrebbe attestarsi intorno ai 4,1 milioni di tonnellate. Questo dato segna una flessione del 6% rispetto al raccolto del 2025, quando erano state raggiunte le 4,36 milioni di tonnellate.
Nonostante la contrazione, il dato rimane superiore del 5,5% alla media produttiva degli ultimi cinque anni, un segnale che indica come il calo dipenda più da dinamiche di mercato e scelte colturali che da eventi climatici eccezionali. La riduzione dei volumi, viene spiegato, è principalmente attribuibile alla diminuzione delle superfici coltivate in alcune aree del Sud Italia e a rese per ettaro inferiori in diversi territori del Centro-Nord.
La Puglia si conferma il principale bacino produttivo nazionale, con oltre un milione di tonnellate raccolte, un dato che rappresenta il record degli ultimi dieci anni. La regione è seguita dalla Sicilia, con 680 mila tonnellate, dalle Marche, che ne contano 580 mila, e dall'Emilia Romagna, con 420 mila tonnellate.
Sul fronte qualitativo, Italmopa riporta riscontri favorevoli per quanto riguarda la qualità sanitaria e merceologica della materia prima, pur evidenziando una flessione media dei tenori proteici rispetto al raccolto del 2025.
La politica e la denuncia delle distorsioni
La crisi del grano non riguarda solo i bilanci aziendali, ma diventa un tema politico che chiama in causa le istituzioni europee. L'iniziativa degli eurodeputati del Partito Democratico, Laureti, Bonaccini e Nardella, che hanno presentato un'interrogazione urgente alla Commissione Europea per chiedere il divieto delle aste elettroniche a doppio ribasso, ha riacceso il dibattito sulle distorsioni della filiera.
La segretaria del Partito Democratico sannita, Filomena Marcantonio, ha sottolineato come questa iniziativa riporti al centro del dibattito il tema del giusto valore del lavoro agricolo: le aste a doppio ribasso, comprimendo i prezzi fino a livelli insostenibili, trasferiscono il peso della competizione su agricoltori e imprese agricole.
Secondo Marcantonio, la campagna cerealicola 2026 si apre con prezzi del frumento duro compresi tra 220 e 240 euro a tonnellata, valori che non consentono di coprire i costi di produzione, ormai superiori ai 1.100 euro per ettaro. L'aumento dei costi di energia, carburanti, fertilizzanti e mezzi tecnici rende antieconomica la coltivazione del grano, soprattutto nelle aree interne del Mezzogiorno.
Se la tendenza dovesse consolidarsi, migliaia di aziende agricole in Campania e in altri areali meridionali potrebbero essere costrette ad abbandonare la cerealicoltura, con conseguenze devastanti sul piano economico, sociale e ambientale.
La sfida della Cun e l'equilibrio della filiera
Lo strumento pensato per arginare questa crisi è la Commissione unica nazionale (Cun), istituita dal Ministero dell'Agricoltura per definire un prezzo indicativo del prodotto e monitorare il mercato cerealicolo nazionale. Tuttavia, la sua efficacia è al centro di un acceso dibattito. Da più parti, come sottolineato da Confagricoltura Sardegna, si chiede che la Cun evolva da semplice strumento di rilevazione del prezzo a strumento di governo della filiera.
La preoccupazione principale degli agricoltori è che la Cun, in un mercato influenzato dalle quotazioni internazionali e dalle strategie dell'industria molitoria, rischi di diventare una semplice presa d'atto di condizioni di mercato avverse, senza incidere realmente sui rapporti di forza della filiera. La discussione si inserisce in un contesto di crescente dipendenza dall'estero, con l'Italia che importa ormai quasi la metà del grano duro che trasforma in pasta.
Una dipendenza che cresce di anno in anno, mentre i margini di guadagno per i produttori si riducono fino a trasformarsi in perdite. Lo scenario globale, con un'offerta mondiale che si preannuncia tra le più elevate dal 2016, non lascia intravedere possibilità di un'imminente inversione di tendenza.




