Mixtape e il paradosso del gioco “brutto”: quando il piacere personale fa a pugni con la critica

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è un’operazione nostalgia che sa di naftalina e una, invece, che sa di polvere da sparo; Mixtape, la nuova creatura di Beethoven & Dinosaur pubblicata da Annapurna Interactive, apparteneva indiscutibilmente alla seconda categoria, almeno fino a sette giorni fa. Uscito il 7 maggio su PC, PlayStation 5, Nintendo Switch 2 e Xbox Series X|S, il titolo – della durata di appena tre, forse quattro ore – ha collezionato voti da capogiro sulla stampa di settore: si parla di punteggi che su Metacritic e OpenCritic sfiorano o superano il 90, con tanto di dieci pieni illustri che ne hanno celebrato la sincerità emotiva e la regia. Eppure, nell’ecosistema dei social network, il gioco è diventato in poche ore l’equivalente di un assist cinematografico sbagliato: criticato, derubricato a “non-gioco” e accolto con una freddezza che stride violentemente con gli applausi della critica.

La polemica che ha fatto intervenire il colosso di Redmond

Nel mirino dei giocatori più arrabbiati – e bisogna dirlo, anche di molti che probabilmente il titolo non l’hanno nemmeno avviato – è finita proprio la natura “ludica” dell’opera. Mixtape è una cavalcata adolescenziale scandita dai pezzi dei Devo, dei Roxy Music e delle Siouxsie and the Banshees; a livello meccanico, si limita a proporre frammenti interattivi, corse sullo skateboard che si riavvolgono da sole se si sbaglia e minigiochi volutamente elementari, come quello – diventato virale – in cui si controlla la lingua di due ragazzi che si baciano. Per molti questo è imperdonabile, sintomo di un titolo “vuoto” pompato dalla stampa. Per altri, invece, è una scelta stilistica precisa. Di fronte a questa polarizzazione, e nel caos di accuse che hanno definito il titolo “spazzatura” solo per la sua natura sperimentale, è intervenuto un colosso insospettabile, ovvero il profilo ufficiale di Xbox. Il messaggio, secco e privo di giri di parole, recitava: “Ricordate: solo perché un gioco non piace a voi personalmente, non significa che sia un brutto gioco”. Un promemoria, insomma, che nel mondo del gaming sembra essere diventato necessario quanto l’aria, perché la confusione tra gusto soggettivo e qualità oggettiva è ormai la regola.

La musica, le cassette e il caso Megan Ellison

Ma la polemica non si è fermata alla mera giocabilità. Una delle accuse più curiose – e forse la più rivelatrice dello stato di salute dell’informazione ludica – ha toccato l’aspetto economico e “genetica” del gioco. Poiché Annapurna Interactive è di proprietà di Megan Ellison, a sua volta figlia di Larry Ellison (il fondatore di Oracle), una parte della community ha teorizzato che Mixtape sarebbe un “industry plant”. Ovvero: un prodotto spacciato per indie, ma in realtà finanziato con fondi miliardari in grado di comprare recensioni e copertura mediatica. Una lettura, questa, che tradisce una certa difficoltà a distinguere tra chi pubblica un gioco e chi lo sviluppa; Beethoven & Dinosaur, giova ricordarlo, è un nucleo ridottissimo di sviluppatori (circa diciassette persone) e lo stesso team era già riuscito a realizzare The Artful Escape senza bisogno di complottismi. La verità è più terra terra: il gioco ha venduto meno di centomila copie forse, ma non è certo il flop annunciato; il picco di giocatori su Steam di poco superiore ai duemila è in realtà fisiologico per una produzione breve e a forte trazione narrativa, che si consuma in un pomeriggio.

Tra emulazione e “turismo” culturale nel gaming moderno

Guardando alla sostanza, Mixtape è un vano sforzo di emulazione di John Hughes trasposto in pixel, una lettera d’amore a un’epoca in cui le musicassette si riavvolgevano con la matita. Il regista Johnny Galvatron ha costruito un’opera che non vuole mettere alla prova i riflessi, ma scalfire la crosta della memoria: ci sono panorami disegnati in stop-motion, case abbandonate, il formicolio della frontiera tra diciottesimo compleanno e vita adulta. Ciò che è accaduto nei suoi primi giorni di vita, tuttavia, rivela più le crepe della comunità che i difetti del codice. Se è lecito detestare la brevità (dura meno di un film di Scorsese) o la piattezza di certi enigmi, è profondamente riduttivo negare che si tratti di un videogioco solo perché mancano gli health bar o le sconfitte definitive. Il rischio, cavalcato dalle polemiche social, è che si perda di vista il principio cardine ribadito da Xbox: l’assenza di piacere personale non è un verdetto di condanna universale. In un mercato saturo di titoli lunghi duecento ore e infiniti servizi live, Mixtape è un piccolo incidente – poetico, discontinuo, forse persino noioso per chi cerca il gameplay puro – che ha avuto il torto di non essere ciò che molti volevano, e il merito di essere esattamente ciò che il suo autore sognava.

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