Addio a Matteo Formenti, il bagnino che "si è punito per non aver salvato il bambino"
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Redazione Interno
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Il sole batteva implacabile sul sagrato del Duomo di Chiari quando, alle quattro e venti del pomeriggio, il triplice fischio — quello che nelle piscine annuncia la chiusura — ha accompagnato la bara di Matteo Formenti verso il carro funebre. Un gesto simbolico, carico di dolore, per un uomo che aveva dedicato la vita a vigilare sull’acqua e che, incapace di perdonarsi la tragedia di una settimana prima, aveva scelto di morire.
Matteo, 37 anni, bagnino del centro acquatico dove un bambino di quattro anni aveva perso la vita per annegamento, era stato travolto da un senso di colpa insostenibile. Nonostante avesse tentato di soccorrerlo, quell’ultimo, disperato gesto non era bastato a salvarlo. E così, dopo essere finito nel mirino delle indagini — ancora in corso — aveva deciso di allontanarsi da casa, per poi essere trovato senza vita a Cologne, due giorni dopo la scomparsa.
A Chiari, bandiere a mezz’asta e una giornata di lutto cittadino voluta dal sindaco Gabriele Zotti hanno segnato il funerale, celebrato dal prevosto Gian Maria Fattorini. «Ha vissuto un dramma interiore», ha detto il sacerdote, descrivendo quel "lucido tormento" che aveva spinto Matteo a infliggersi «la condanna più severa», come ha ricordato lo zio tra le lacrime.
In Duomo, oltre ai familiari, si sono stretti colleghi, amici e i volontari della squadra di Cortezzano, con cui prestava servizio. Fuori, una folla silenziosa, incapace di trovare parole per una tragedia che si è consumata due volte: prima con la morte del piccolo, poi con quella di chi avrebbe voluto evitarla.
Quella di Formenti è stata l’ultima di tre vicende di suicidio che, in pochi giorni, hanno scosso Chiari. Storie diverse, accomunate da un dolore che, per chi l’ha vissuto, è sembrato senza via d’uscita. Ma è la sua a riportare alla mente domande senza risposta: cosa si poteva fare? Quanto pesa, su chi dovrebbe proteggere, l’impossibilità di farlo?




