Grazia a Nicole Minetti, l’onda social non turba Mattarella. Il figlio gravemente malato e i viaggi negli Usa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La valanga di commenti negativi di certo non gli ha fatto piacere. Eppure, se potesse tornare indietro di un paio di mesi, Sergio Mattarella firmerebbe di nuovo e con analoga convinzione il decreto di grazia che ha cancellato la pena per Nicole Minetti, l’ex igienista dentale ed ex consigliera regionale lombarda finita al centro dell’inchiesta “Ruby bis” e della cosiddetta Rimborsopoli. Nelle stanze monumentali della presidenza della Repubblica lo descrivono «sereno», convinto di aver fatto la cosa giusta. Il capo dello Stato, è bene ricordarlo, è il garante della Costituzione e non ha il problema del consenso; non deve tenere in conto le reazioni e i rumors dell’opinione pubblica, né tantomeno l’umore, spesso furibondo, dei social network.

Il nodo della clemenza e il ruolo del Quirinale

La notizia, emersa grazie a un’inchiesta della trasmissione “Mi manda RaiTre”, ha scatenato un putiferio online, ma al Colle la lettura della vicenda è diametralmente opposta a quella dell’indignazione collettiva. L’atto di clemenza – concesso dopo un iter che ha visto il parere favorevole del ministro della Giustizia Carlo Nordio e un «ampio parere» del procuratore generale della Corte d’Appello – si fonda su presupposti umanitari difficilmente contestabili nella forma, anche se evidentemente divisivi nella sostanza. Mattarella, in questa circostanza, ha agito come un magistrato più che come un capo dello Stato, esercitando il potere previsto dall’articolo 87 della Carta in totale autonomia. Non si è trattato di un atto dovuto, ma di una valutazione discrezionale su un caso che, per i vertici delle istituzioni, presentava elementi eccezionali.

Il silenzio del Colle e la tutela della privacy

Proprio l’elemento scatenante della grazia – che molti detrattori faticano a comprendere – è ciò che il Quirinale non può rivelare. La concessione dell’atto di clemenza, come recita la nota ufficiale, «si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Qui scatta il muro di riserbo imposto dalla normativa a tutela dei dati sensibili dei minori, che impedisce di fornire dettagli sulle patologie o sulle terapie. È per questa ragione che il Colle, solitamente scrupoloso nel comunicare le motivazioni delle scelte, questa volta ha rotto la prassi del silenzio solo per chiarire i contorni giuridici della decisione, senza mai scendere nel particolare clinico.

Dalle cronache giudiziarie al volontariato in Caritas

C’è una distanza che non è soltanto nel tempo tra le due vite di Nicole Minetti. Un tempo c’erano le serate ad Arcore, le auto che partivano da Milano Due, gli appartamenti di via Olgettina e le buste piene di denaro. Oggi, invece, ci sono le ore passate in un doposcuola della Caritas, a Milano, circondata da bambini, e la dedizione esclusiva verso suo figlio. Secondo quanto emerso da fonti vicine al fascicolo, la donna si occupa di un ragazzo – avuto dalla relazione con l’imprenditore Giuseppe Cipriani – che necessita di trasferimenti periodici negli Stati Uniti per accedere a terapie d’avanguardia non disponibili in Italia. Questo alone di riservatezza, che impedisce di capire se le cure del minore siano effettivamente incompatibili con una detenzione o con gli arresti domiciliari, alimenta il malumore di chi vede in questa grazia un trattamento di favore.

Le condanne e l’attuale stato degli atti

La situazione giudiziaria della Minetti era ormai definita da tempo: pendeva su di lei una condanna cumulativa a 3 anni e 11 mesi, derivante dalla sentenza per peculato (Rimborsopoli) e da quella per induzione alla prostituzione nel contesto delle “cene eleganti” di Arcore. La pena, diventata esecutiva nel 2022, era stata di fatto sospesa in attesa della decisione sul suo affidamento ai servizi sociali, un’udienza fissata per dicembre 2025 che non si è mai tenuta perché la richiesta di grazia ha preso il sopravvento. Oggi, l’ex consigliera regionale non deve più temere il carcere, anche se la grazia – come precisano i tecnici del diritto – cancella la pena ma non il reato, lasciando intatta la macchia del favoreggiamento sulla sua fedina penale.

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