‘È l’ultima battuta?’, il terzo film di Bradley Cooper e la fine (quasi) indolore di un matrimonio

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Siamo abituati a pensare alla separazione come a un campo di battaglia, un terreno minato fatto di rancori, avvocati e silenzi carichi di risentimento. Eppure, esiste una terza strada, paradossale quanto inaspettata, che Bradley Cooper esplora nel suo terzo lavoro dietro la macchina da presa. È l’ultima battuta?, in sala dal 2 aprile con Disney, non è il melodramma lacrimogeno che il Titolo potrebbe suggerire, ma un’operazione più sottile: un dramma sentimentale travestito da commedia che sceglie di raccontare la fine di un’unione – quella tra Alex (Will Arnett) e Tess (Laura Dern) – non come una catastrofe, ma come un accidentato percorso di (ri)scoperta personale.

L’arte dell’omissione e la credibilità emotiva di una coppia al capolinea

A differenza di quanto accadeva nei suoi lavori precedenti, da A Star is Born al sottovalutato Maestro, Cooper abbandona qui la magniloquenza per puntare su una sottile ironia che ammanta ogni scena. Il film si apre con una coppia benestante di mezza età che, dopo vent’anni di matrimonio e due figli intorno ai dieci anni, decide di porre fine alla relazione nel modo più amichevole possibile, quasi come si trattasse di disdire un abbonamento. È proprio questa mancanza di urlanti drammaticità a costituire la cifra stilistica principale: le motivazioni del distacco non vengono mai completamente esplicitate, lasciate volutamente in ombra dallo script che Cooper ha firmato insieme ad Arnett e Mark Chappell.

La regia punta sulla credibilità emotiva degli interpreti, affidando ai volti di Arnett e Dern – quest’ultima già memorabile in Storia di un matrimonio – il compito di comunicare quella stratificazione di affetto e stanchezza che solo un lungo rapporto può sedimentare. La sceneggiatura, che Laura Dern ha paragonato all’approccio intimo di David Lynch, gioca per sottrazione, permettendo allo spettatore di non sapere come si sia arrivati al capolinea, proprio perché – come ha spiegato l’attrice – nella disperazione personale raramente si possiede una visione d’insieme chiara. Arnett, lontano dagli stereotipi comici che lo hanno reso celebre, trova qui il suo primo vero ruolo drammatico da protagonista, interpretando un uomo che, smarritosi nella nuova vita da single, si imbatte per caso nel mondo del stand-up comedy.

Il palcoscenico come terapia: l’inaspettata via di fuga di Alex Novak

È in una classica notte newyorkese che la narrazione trova il suo perno. Alex, in giro per la città dopo essersi separato dalla moglie alla stazione Grand Central, cerca un drink ma si scontra con il coperto di quindici dollari richiesto da un locale del Greenwich Village. L’unico modo per evitare il pagamento – un dettaglio ispirato alla vera storia del comico inglese John Bishop – è iscriversi alla lista degli open mic. Cooper, che per l’occasione opera anche una delle macchine da presa, costruisce le sequenze sul palco con un’intimità quasi claustrofobica, rifiutando di staccare sul pubblico per mantenere lo sguardo fisso sul volto di Arnett mentre improvvisa confessioni sulla propria vita sentimentale.

Quello che nasce come un incidente di percorso diventa per Alex una forma inaspettata di catarsi. Il palcoscenico del Comedy Cellar (ricostruzione fedele del celebre club dove Arnett ha sperimentato il materiale per settimane) diventa lo spazio in cui processare il lutto della relazione, un luogo di ritrovata identità che si contrappone all’anonimato del suo lavoro nella finanza, mai mostrato ma solo accennato. Tess, dal canto suo, intraprende un percorso parallelo di rinascita, riscoprendo la sua vecchia passione per la pallavolo (un passato da olimpionica che la riconnette a una versione di sé precedente al matrimonio), in un equilibrio narrativo che Cooper cura attentamente per evitare di trasformare la separazione in una gara di simpatia tra i due coniugi.

Il punto di vista della macchina da presa e la poetica degli oggetti quotidiani

Cooper dimostra una maturità registica sorprendente nella gestione degli spazi e dei simboli. Affidandosi nuovamente al direttore della fotografia Matthew Libatique, costruisce un film che evoca volutamente le atmosfere dei drammi familiari anni Settanta come Kramer contro Kramer, utilizzando un aspect ratio stretto che restituisce un senso di intimità postale a ogni inquadratura. Ma è nella scelta di concentrarsi sui dettagli minuti che la regia rivela la sua profondità: la macchina da presa si sofferma sugli spazzolini da denti dei figli lasciati nel bagno della nuova casa, sulle calze ancora appaiate, su quegli oggetti che nel “campo di detriti” di una relazione fallita, come li ha definiti un critico, innescano il dolore più autentico.

Will Arnett, che ha contribuito alla stesura, infonde al suo Alex una vulnerabilità inedita. La sua performance si gioca tutta sugli sguardi persi nel vuoto durante le recite scolastiche dei bambini e sulla fatica di imparare a piegare da solo il bucato dei figli. Laura Dern, dal canto suo, regala alla pellicola il suo momento più alto in un lungo primo piano in macchina, dove il suo volto diventa il termometro emotivo della scena, passando dallo shock alla rabbia fino a un sorriso che lascia intravedere una possibilità di riconciliazione. Bradley Cooper si concede un ruolo secondario, quello di “Balls”, un amico attore scalcagnato e strampalato che alleggerisce la tensione senza mai scadere nella macchietta, dimostrando una consapevolezza registica rara: quella di lasciare lo spazio ai propri interpreti principali.

Un piccolo film dalle grandi ambizioni e il rischio del “fiasco” annunciato

Presentato al New York Film Festival con un buon riscontro critico (sebbene con qualche riserva sulla sua tenuta narrativa, giudicata da alcuni “sottodimensionata” rispetto alle premesse), È l’ultima battuta? arriva nelle sale italiane dopo un’accoglienza altalenante negli Stati Uniti, dove è stato definito da alcuni osservatori un “fiasco” commerciale a fronte di lodi quasi unanimi della critica. Il paradosso è tutto qui: un film che rinuncia volutamente alla spettacolarità per raccontare la normalità delle crepe quotidiane, rischiando di apparire minore se paragonato alla carriera artistica del suo regista.

Eppure, è proprio in questa apparente leggerezza che risiede la sua forza. La sceneggiatura, che rifiuta di svelare completamente i retroscena della crisi, mantiene viva una curiosità genuina verso i personaggi, trattando il pubblico come adulti capaci di leggere le tensioni non dette. L’approccio di Cooper, che definisce quanto accade ai protagonisti non come una “crisi di mezza età” ma come una “catarsi di mezza età”, restituisce una visione matura del rapporto di coppia: una storia che non ha bisogno di colpevoli per essere raccontata, ma solo di due persone che scoprono, forse per la prima volta, chi sono al di fuori dell’identità condivisa.

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