È l’ultima battuta?, la terza regia di Bradley Cooper: Will Arnett e Laura Dern nel racconto di una separazione che diventa spettacolo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Che grande cinema, quello di Bradley Cooper. Radicato in un certo immaginario, ben coeso sia alla narrazione sia all’eleganza di una messa in scena che, in questo caso, ricorda la classe di Billy Wilder o Robert Redford: paragoni ingombranti ma, come nel caso di È l’ultima battuta?, decisamente consoni. Giunto alla sua terza prova dietro la macchina da presa, dopo A Star Is Born e Maestro, Cooper ci convince definitivamente che dietro la macchina da presa è – assai – meglio che davanti, anche quando, come qui, sceglie di recitare in una parte di supporto. Il film, presentato in anteprima al Bif&st di Bari e in arrivo nelle sale italiane dal 2 aprile, rappresenta un cambio di registro apparente, perché in realtà rimane fedele al suo interesse principale: raccontare il mondo dello spettacolo, ciò che accade dietro le quinte delle storie di successi e fallimenti, le personalità fragili degli artisti che lo animano. Dopo aver esplorato la musica pop e quella classica, Cooper si sposta in un ambiente poco battuto dal cinema ma oggi centrale nella fruizione culturale, la stand-up comedy, trasformandola nella metafora perfetta per analizzare una grammatica sentimentale in frantumi.
Il microfono come divano: la catarsi sul palco del Greenwich Village
Dove si possono fare i conti con la crisi del proprio matrimonio? Il protagonista, Alex Novak (un sorprendente Will Arnett), scopre che è possibile farlo anche sul palco di un locale di New York, il The Olive Tree, nel cui scantinato provano a esibirsi gli aspiranti stand-up comedian. A dir la verità, lui non pensava proprio di riflettere sulla crisi con sua moglie misurando il proprio talento da intrattenitore comico; era solo depresso per la deriva sempre più precipitosa su cui stava scivolando il suo matrimonio, già arrivato alla separazione delle case, e quella sera aveva bisogno di bere qualcosa, ma non aveva i 15 dollari che servivano per la consumazione. La sceneggiatura, firmata da Cooper insieme ad Arnett e Mark Chappell, è liberamente ispirata alla storia vera del comico britannico John Bishop. L’idea di base è semplice ma efficace: Alex, un uomo di mezza età che si trova a terra dopo la separazione consensuale da Tess (Laura Dern), trasforma il dolore in spettacolo, affidando le proprie riflessioni più intime – e forse la propria guarigione – a un nuovo hobby che si trasforma presto in una nuova vita. Non si tratta, però, di una semplice commedia sulle seconde possibilità: Cooper ragiona sulle relazioni attraverso il potere delle parole, strumento principale di ogni stand-up comedian, per enfatizzare le rughe di un matrimonio in crisi con un umorismo sottile e, al contempo, dirompente.
L’intimità come metodo: la lezione di regia di Cooper
La forza del film risiede in larga parte nella messa in scena, che Cooper costruisce con una scelta stilistica precisa. L’attore-regista ha optato per una ripresa a mano che lo portava fisicamente vicino agli interpreti, spesso utilizzando la macchina da presa come prolungamento del proprio sguardo per catturare la vulnerabilità dei personaggi. Laura Dern, in un’intervista, ha raccontato come Cooper fosse così vicino agli attori da diventare quasi “un’appendice” delle loro interpretazioni, un approccio che lui stesso ha dichiarato di aver appreso da David O. Russell, rifiutando la tradizionale postazione distante del video village per immergersi nella scena. Questa tecnica, unita a una fotografia curata da Matthew Libatique, permette di soffermarsi sull’intimità e sui silenzi, elementi rari in un cinema che spesso punta agli estremi e all’effetto. In È l’ultima battuta?, New York diventa una sorta di protagonista muta, ampliando la poetica del racconto: il Greenwich Village si tinge d’arancio e di giallo, fermentando il friccicare di una città incredibile che fa da sfondo a un’equazione sentimentale che Alex cerca di decifrare.
Will Arnett e Laura Dern: una chimica costruita sulla fragilità
È inevitabile parlare delle prove attoriali, che costituiscono il cuore pulsante del film. Will Arnett, noto principalmente per ruoli comici, offre una performance drammatica di rara intensità, mettendosi a nudo in un ruolo che gli ha richiesto, per preparazione, di esibirsi realmente come stand-up comedian di fronte a un pubblico vero, rischiando di fallire. Al suo fianco, Laura Dern restituisce a Tess una dignità e una complessità che vanno ben oltre il semplice ruolo della moglie lasciata; il suo è il ritratto di una ex campionessa di pallavolo che cerca di ritrovare se stessa dopo aver messo da parte le proprie ambizioni. I due attori, legati a Cooper da un’amicizia venticinquennale, hanno sfruttato questa familiarità per costruire una chimica che è insieme elettrica e dolorosa. La loro interpretazione, come sottolineato dalla critica, è capace di cogliere quelle sottigliezze che rendono la storia credibile, dando a una sceneggiatura che esalta il valore della vulnerabilità. Alex trova nel palcoscenico il confine dove ritrovarsi, quel mare aperto lontano dalla zona di comfort: perdere tutto, alcune volte, vuol dire riacchiappare la giusta prospettiva per decifrare l’amore, mettendosi a nudo, ferito, livido, ma finalmente libero.
L’eleganza di un cinema che non sbaglia un colpo
L’operazione di Cooper, insomma, si muove su un terreno consolidato ma con una grazia fuori dal comune. La scelta di non drammatizzare eccessivamente, di affidarsi a un realismo quasi documentaristico con lunghe sequenze e spazi reali, permette al racconto di respirare. Le musiche, che chiudono il film con l’iconica *Under Pressure* dei Queen e David Bowie, sottolineano il tema portante: la pressione che abbatte un edificio, che spacca una famiglia in due. In questo contesto, il merito di Cooper è riuscire a tenere insieme una visione autoriale chiara con la costruzione di un prodotto estremamente accessibile, dimostrando ancora una volta che i paragoni con i grandi del passato non sono poi così ingombranti. La sua bravura si manifesta nei dettagli, nella capacità di dosare ironia e malinconia, e nel coraggio di lasciare che siano i volti di Will Arnett e Laura Dern – magnifici nell’esprimere la forza silenziosa di chi cerca di ricostruirsi – a raccontare la storia. Con *È l’ultima battuta?*, Cooper confeziona un film che sembra uscito da un’altra epoca del cinema americano, quella in cui le storie d’amore finivano non con un botto ma con un sospiro, e quello stesso sospiro bastava a riempire lo schermo.




