Stimolazione elettrica cerebrale, lo studio della Statale di Milano svela il meccanismo che blocca le placche dell’Alzheimer
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Redazione Salute
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La ricerca medica, in un avanzare costante che spesso procede per piccoli ma decisivi passi in avanti, ha recentemente ottenuto un risultato di particolare interesse dall’Università Statale di Milano. Un gruppo di studiosi, concentrandosi sulla stimolazione transcranica a corrente continua – quella che comunemente viene definita con l’acronimo tDCS – ha proposto un quadro interpretativo inedito per spiegare gli effetti benefici che questa tecnica sembra avere sul decorso della malattia di Alzheimer. Non si tratta, va sottolineato, della scoperta di un nuovo trattamento, bensì della possibile spiegazione, a livello molecolare, di come una corrente elettrica a bassa intensità, applicata dall’esterno, possa interferire con i meccanismi più intimi della patologia.
Il meccanismo molecolare al centro della ricerca
La sostanza, quella che da decenni rappresenta il cruccio degli studiosi, è la proteina beta-amiloide. La sua aggregazione in fibrille, e successivamente in placche, è considerata uno dei tratti distintivi della malattia. Ciò che il team milanese, con il contributo di Alberto Priori e Carlo Camilloni, ha osservato – e pubblicato sulla rivista *Amyloid* – è come il campo elettrico generato dalla tDCS vada a modificare la “superficie” di queste stesse fibrille. Un’alterazione, questa, che non le distrugge, ma ne ostacola l’allungamento; ne blocca, in sostanza, la capacità di accrescersi e di aggregarsi ulteriormente, interrompendo un processo che, nel suo progredire, porta alla formazione delle placche senili.
Dall’osservazione clinica alla spiegazione fisica
Fino a oggi, gli effetti positivi della stimolazione transcranica a corrente continua sui pazienti erano stati documentati a livello clinico: miglioramenti in alcune funzioni cognitive, una maggiore reattività. Mancava però, per così dire, il “collante” teorico, l’anello che legasse l’applicazione di una corrente esterna a ciò che accade all’interno dei neuroni. Lo studio della Statale di Milano colma proprio questo vuoto, offrendo una possibile chiave di lettura su un meccanismo finora rimasto oscuro. La tDCS, nella sua azione fisica, agirebbe come una sorta di ostacolo fisico-chimico, interferendo con l’architettura stessa delle fibrille.
Un approccio non farmacologico sotto la lente d’ingrandimento
La rilevanza di questa scoperta, come sottolineano i ricercatori coinvolti, risiede nel fatto che si tratta di un approccio non invasivo e non farmacologico. L’utilizzo della stimolazione elettrica, già sperimentata in vari ambiti neurologici, potrebbe dunque trovare nella patologia di Alzheimer un campo di applicazione basato su solide evidenze di meccanismo d’azione. Lo studio, insomma, non si limita a registrare un “se” ma inizia a spiegare il “come”, fornendo alla comunità scientifica un modello su cui costruire future applicazioni terapeutiche.
I dettagli dello studio pubblicato su Amyloid
Condotto tra i dipartimenti dell’ateneo milanese, il lavoro ha combinato approcci di biologia molecolare con simulazioni fisiche, permettendo di visualizzare l’interazione tra il campo elettrico e le strutture proteiche. La scelta della rivista *Amyloid*, specializzata proprio nello studio di queste proteine mal ripiegate, indica la rilevanza che il mondo accademico attribuisce a questa linea di ricerca. Il fatto che una tecnica già in uso – la tDCS – possa vedere illuminato il suo potenziale meccanismo d’azione rappresenta un passo avanti nella comprensione di una malattia complessa, aprendo la strada a una sua applicazione più mirata e consapevole.
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