Metastasi come embrioni, lo studio italiano che ridisegna la biologia del cancro
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Redazione Salute
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La metastasi è stata a lungo immaginata – anche tra gli stessi oncologi, va detto – come il prodotto di una proliferazione anarchica, quasi folle, di cellule tumorali che si staccano dalla massa originaria per colonizzare nuovi distretti dell’organismo senza alcuna logica apparente. Eppure, un nuovo studio coordinato dall’Università di Padova, pubblicato sulla prestigiosa rivista Cell, capovolge questa narrazione con una violenza quasi poetica: le metastasi, lungi dall’essere caotiche, seguono un’architettura precisa, e lo fanno riattivando un programma biologico antichissimo, quello che nelle primissime fasi della vita permette a un embrione di formarsi, crescere e differenziarsi. Non disordine, dunque, ma un disegno rubato a uno dei processi più affascinanti dell’esistenza, piegato però a strumento di morte.
L’embrione come modello occulto della diffusione tumorale
La ricerca, che ha visto la partecipazione anche dell’Istituto Oncologico Veneto (Iov) e dell’Istituto Airc di Oncologia Molecolare (Ifom), ha analizzato in tre dimensioni l’organizzazione spaziale e genetica delle metastasi del tumore al seno, uno dei tipi più aggressivi quando entra in fase disseminata. Ciò che è emerso – e che ha sorpreso gli stessi ricercatori – è una sorprendente somiglianza con i processi di gastrulazione e morfogenesi tipici dello sviluppo embrionale. Alcuni geni, normalmente attivi solo nell’embrione per costruire organi e tessuti, risultano riattivati nelle cellule metastatiche. Ne consegue una sorta di «cantiere biologico» permanente, dove le cellule tumorali non si limitano a dividersi, ma cooperano tra loro come se stessero costruendo un nuovo organismo.
La forma tridimensionale delle metastasi non è un caso
Per la prima volta, grazie a tecniche di imaging avanzato e analisi molecolare su larga scala, è stato possibile osservare le metastasi nella loro interezza tridimensionale, senza frantumarle in sezioni bidimensionali come si faceva in passato. E quella forma – lo sottolineano i coordinatori dello studio – non è affatto casuale. Si riconoscono strutture vascolari organizzate, nicchie di cellule staminali tumorali, gradienti di segnalazione chimica che ricordano quelli presenti nell’embrione durante la formazione della linea primitiva. Ogni metastasi, insomma, non cresce come un’erbaccia, ma come un organo imperfetto e maligno. Un organo che, per espandersi, sfrutta la stessa grammatica molecolare che ha permesso a ciascuno di noi di essere concepito.
Un punto di cedimento da cercare nel programma embrionale
La domanda che ora i ricercatori padovani si pongono – ed è una domanda squisitamente concreta, non speculativa – è se quel programma architettonico, una volta identificato, possa essere interrotto. Poiché il tumore «ruba» un processo fisiologico, quel processo potrebbe avere dei punti di fragilità intrinseci, degli snodi obbligati senza i quali l’embrione stesso non potrebbe svilupparsi. Bloccando quei geni-architetto – quelli che nelle metastasi vengono riattivati in modo aberrante – si potrebbe fermare la crescita disseminata senza però danneggiare i tessuti sani adulti, dove quei geni sono normalmente silenziati. È una prospettiva che apre a terapie radicalmente nuove, mirate non più alla singola cellula tumorale, ma all’intera «impalcatura» che sostiene la metastasi.




