La chiusura di Bluepoint Games e il paradosso della generazione PlayStation 5: sette studi chiusi nonostante i profitti record

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   La multinazionale giapponese Sony, nel corso di questa generazione videoludica, ha dovuto affrontare una situazione quanto meno contraddittoria: da un lato, infatti, la sua console PlayStation 5 viene considerata la piattaforma più profittevole mai realizzata dalla divisione interactive entertainment, con ricavi complessivi che la stessa casa nipponica, lo scorso settembre, aveva quantificato nell’ordine dei 136 miliardi di dollari; dall’altro lato, però, questo ciclo generazionale verrà ricordato anche per il numero impressionante di chiusure di studi di sviluppo interni, sette per l’esattezza, l’ultima delle quali – in ordine di tempo – ha visto coinvolto Bluepoint Games, il team texano specializzato in remaster e remake che molti appassionati, fino a pochi giorni fa, consideravano una delle eccellenze del parco first party di PlayStation -3.

La decisione di cessare le attività di Bluepoint, studio fondato nel lontano 2006 da Andy O’Neil e Marco Thrush con sede ad Austin, è stata ufficialmente comunicata nella settimana appena trascorsa, suscitando non poche perplessità negli addetti ai lavori e tra i giocatori; la motivazione addotta da Sony, come spiegato da Hermen Hulst – amministratore delegato di PlayStation Studios – in una comunicazione interna, risiederebbe nella necessità di adattarsi a un contesto industriale sempre più complesso, caratterizzato da costi di produzione in crescita esponenziale, da mutate abitudini di consumo e da una congiuntura economica generale che renderebbe insostenibile la realizzazione di videogiochi secondo i canoni tradizionali -2-5. Circa settanta dipendenti, al momento, risulterebbero interessati dalla chiusura, nonostante l’azienda abbia garantito il proprio impegno a ricollocarne una parte all’interno del gruppo -2.

Un portfolio immacolato e un progetto cancellato

Quello che colpisce, nell’analisi della vicenda, è il curriculum del team di Austin: Bluepoint, acquisito da Sony nel settembre del 2021 a ridosso del lancio dell’acclamato remake di Demon’s Souls – Titolo che aveva accompagnato il debutto di PS5 – aveva costruito la propria reputazione su una serie di interventi di restauro digitale considerati esemplari, a partire dalle collection dedicate a God of War, a ICO e Shadow of the Colossus, fino ad arrivare a Uncharted: The Nathan Drake Collection, passando per il remake di Shadow of the Colossus su PS4 -5-7. Dopo l’ingresso nella famiglia PlayStation, lo studio aveva inoltre collaborato allo sviluppo di God of War Ragnarok, affiancando Santa Monica Studio, e aveva avviato i lavori su un progetto originale; quest’ultimo, stando a quanto ricostruito da Bloomberg, era stato concepito come un titolo live service ambientato nell’universo di God of War, in linea con la strategia – rivelatasi poi fallimentare – che Sony aveva perseguito per alcuni anni -1-5. Il progetto, però, era stato cancellato nel gennaio del 2025, e da allora nessun’altra proposta presentata da Bluepoint aveva ottenuto il via libera dai vertici, fino alla fatale revisione delle attività -5.

Il fantasma di Bloodborne e il tempismo infelice dei sondaggi

A rendere ancora più amara la chiusura, per i fan, è il reiterato accostamento del nome di Bluepoint a un possibile remake di Bloodborne, il titolo FromSoftware del 2015 rimasto intrappolato nei desideri dei giocatori e in una ridda di voci mai confermate. Un piccolo sviluppatore indipendente francese, Maxime Foulquier, ha rivelato in questi giorni di aver ricevuto da Sony una lettera di cease and desist nel marzo del 2025, quando stava lavorando a un progetto amatoriale ispirato all’opera di Hidetaka Miyazaki; Foulquier ha dichiarato di aver mantenuto il silenzio in quell’occasione proprio perché convinto che Bluepoint fosse al lavoro su un remake ufficiale del gioco, destinato forse a diventare un titolo di lancio per PlayStation 6, salvo poi scoprire – con lo scioglimento dello studio – che quell’ipotesi non aveva mai avuto alcun fondamento -4-9. La sua delusione, ha spiegato, è immensa, e non riesce a comprendere la logica di un’azienda che chiude uno studio di tali capacità mentre soffoca progetti amatoriali -4.

Nel frattempo, quasi a suggellare un clima di disorientamento generale, la divisione tedesca di PlayStation ha pubblicato sui propri canali social un sondaggio per chiedere agli utenti quali remake vorrebbero vedere realizzati in futuro, e lo ha fatto proprio nei giorni immediatamente successivi all’annuncio della chiusura di Bluepoint; la coincidenza, probabilmente frutto di una semplice distrazione interna, è apparsa a molti come una beffa, considerando che si è trattato dello stesso team che avrebbe potuto materializzare quei sogni su schermo e che, invece, è stato appena smantellato -10.

Una lista di sette studi chiusi in pochi anni

Bluepoint, pur essendo l’ultimo nome in ordine di tempo, non rappresenta un caso isolato nel corso della generazione PS5; andando a ritroso, l’elenco degli studi che hanno cessato le proprie operazioni comprende realtà molto diverse tra loro: si va da Japan Studio, storica software house giapponese, a Manchester Studio, passando per London Studio, Neon Koi, PixelOpus e Firewalk Studios – quest’ultimo finito al centro delle cronache per il fallimento di Concord, il live service ritirato dal mercato dopo appena due settimane dal lancio -1-3. Un dato, questo, che contribuisce a dipingere il quadro di un’industria in bilico, dove i bilanci in attivo non sembrano bastare a garantire la sopravvivenza di team pur talentuosi, e dove la rincorsa a modelli di business considerati fino a ieri trainanti – come i giochi servizio – si è tradotta in una serie di investimenti a vuoto e in una conseguente riduzione della forza lavoro -1.

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