Influenza e virus respiratori, gli ospedali attivano i punti-hotspot

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Con l’arrivo dei mesi freddi, che portano con sé un prevedibile incremento delle sindromi influenzali e da Covid-19, le Aziende socio sanitarie territoriali della Lombardia stanno implementando una rete di servizi dedicati, i cosiddetti hotspot infettivologici, destinati a pazienti con sintomi lievi che non richiedano un intervento d’emergenza. Questi punti, accessibili su chiamata al numero unico 116117, si pongono come una valvola di sfogo per i pronto soccorso, sempre più sotto pressione, offrendo un canale assistenziale specifico per chi, pur avendo bisogno di una valutazione medica tempestiva, non è in una condizione di pericolo immediato. L’obiettivo, dichiarato dalle Asst, è quello di decongestionare i reparti di urgenza, dove le attese possono diventare proibitive, come testimoniato da alcuni episodi di lunga permanenza raccontati dagli utenti.

Il modello organizzativo sul territorio

Le modalità di attivazione variano leggermente da provincia a provincia, pur nel rispetto di un quadro comune. A Bergamo, l’Asst Papa Giovanni XXIII ha reso operativo il proprio servizio a partire da venerdì 12 dicembre, mentre nella zona di Cremona e Crema l’hotspot infettivologico funziona come integrazione della Continuità Assistenziale, il servizio che ha sostituito la vecchia guardia medica. L’accesso, come già precisato, è regolato dalla chiamata al 116117, con fasce orarie che coprono prevalentemente le ore serali e notturne nei giorni feriali e l’intera giornata durante il fine settimana e i giorni festivi. Un sistema che, se da un lato solleva il medico di famiglia dalla prima risposta nelle fasce orarie meno consuete, dall’altro cerca di indirizzare verso percorsi più appropriati una fetta significativa di utenza, che altrimenti farebbe inevitabilmente capolino nei pronto soccorso.

La pressione sui dipartimenti d’emergenza

La necessità di tali strutture trova una sua ragion d’essere nella cronica difficoltà in cui versano molti reparti di pronto soccorso, dove l’afflusso massiccio di pazienti, non sempre in condizioni critiche, genera code estenuanti e rischia di ritardare gli interventi sui casi realmente urgenti. Alcuni resoconti personali, come quello di una donna costretta ad attendere oltre quindici ore all’ospedale di Lodi per un dolore intenso, seppur nel rispetto della privacy e senza scendere in dettagli non necessari, delineano un quadro di forte stress per il sistema e di disagio per i cittadini. Questi episodi, peraltro, sottolineano l’importanza di una corretta informazione sulla destinazione d’uso dei vari servizi sanitari, affinché ciascuno possa rivolgersi al canale più idoneo alla propria effettiva condizione clinica.

Una risposta alla stagione epidemica

L’attivazione degli hotspot, dunque, non rappresenta una novità assoluta ma una risposta strutturata e potenziata alla consueta ondata invernale di patologie respiratorie, che quest’anno vede la co-circolazione di virus influenzali e del Sars-CoV-2. Il servizio, definito dalle stesse aziende sanitarie un “punto di riferimento” per chi manifesta problemi respiratori fuori dall’orario del proprio medico, mira a garantire una prima valutazione e un eventuale indirizzo, cercando di contenere il più possibile il ricorso al pronto soccorso per sintomatologie che possono essere gestite in un contesto diverso, pur sempre specialistico. La speranza è che questa articolazione dell’offerta contribuisca a rendere più fluido e efficiente l’intero percorso di cura nel periodo di massima criticità.

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