Il terzo mandato di Frederiksen in Danimarca: un governo di sinistra senza maggioranza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La lunga attesa, durata oltre due mesi e destinata a rimanere negli annali come la più travagliata della storia politica danese, si è conclusa ufficialmente lunedì sera, quando Mette Frederiksen, leader dei socialdemocratici, ha raggiunto lo yacht reale Dannebrog alla periferia di Copenaghen per comunicare a re Federico X la riuscita della sua missione.

La premier, che aveva ricevuto un nuovo incarico esplorativo dopo il fallimento del tentativo affidato al centro-destra, ha così ottenuto un terzo mandato consecutivo, nonostante il suo partito abbia registrato il peggior risultato elettorale dal lontano 1903. L’accordo, che evita il ritorno alle urne in un contesto geopolitico reso incandescente dalle mire statunitensi sulla Groenlandia, ha richiesto 69 giorni di trattative serrate, durante i quali si è temuto che l’estrema destra potesse addirittura spuntarla.

Gli equilibri fragili di una coalizione a quattro

Il nuovo esecutivo che Frederiksen si appresta a presentare mercoledì è un organismo complesso, forse volutamente eterogeneo per assorbire le fratture emerse dalle urne. La coalizione, che segna una decisa virata a sinistra rispetto al governo uscente, riunisce infatti i socialdemocratici, il Partito Popolare Socialista (i cosiddetti verdi di sinistra), i social-liberali di Radikale e i Moderati centristi di Lars Løkke Rasmussen.

Un’alleanza, questa, che di fatto controlla solo 82 seggi su 179 nel Folketing, il parlamento monocamerale, trovandosi dunque in una posizione di minoranza che la costringerà a cercare l’appoggio esterno, principalmente dell’Alleanza Rosso-Verde (la sinistra radicale) per far passare le sue leggi.

Si tratta di un equilibrio delicato, dove lo stesso Rasmussen – ex primo ministro ed esterno uscente – si è rivelato l’ago della bilancia, facendo fallire prima i tentativi di una coalizione alternativa di centro-destra e poi accordandosi proprio con Frederiksen.

L’agenda tra welfare, svolta verde e la linea dura sull’immigrazione

A certificare il nuovo baricentro a sinistra del governo è stato il programma presentato martedì, che abbandona l’ipotesi di una patrimoniale (pur caldeggiata in campagna elettorale) per concentrarsi su misure sociali concrete volte a tamponare la crisi del costo della vita.

Tra le promesse più rilevanti spiccano l’azzeramento dell’Iva su frutta e verdura, la riduzione del 50% per tutti gli altri alimenti, i trasporti pubblici gratuiti per i minori di 22 anni e le cure dentistiche gratuite per i cittadini sotto i dieci anni, con l’obiettivo di estendere il beneficio a tutti i danesi nell’arco di un decennio.

Eppure, nonostante questa spinta progressista in campo economico e ambientale (con la prevista messa al bando dei pesticidi), Frederiksen non ha mostrato alcuna intenzione di ammorbidire la linea sull’immigrazione; anzi, la leader ha ribadito con forza l’intenzione di espellere un maggior numero di criminali stranieri, confermando quella politica restrittiva che, da quando è entrata in carica nel 2019, le ha permesso di erodere consensi proprio a quelle destre che ora tentano di scalzarla.

Difesa della Groenlandia e riarmo: le urgenze sul tavolo

Se il quadro interno appare definito, le emergenze internazionali sono ciò che realmente incombe sulla scrivania del nuovo esecutivo. La stessa Frederiksen, nei mesi scorsi, ha cavalcato l’onda del consenso proprio opponendosi con fermezza alle pressioni di Washington riguardo l’annessione della Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca.

Il documento di accordo, di conseguenza, pone al primo punto la difesa della sovranità nazionale, dell’integrità territoriale e del diritto all’autodeterminazione del Regno, un messaggio chiaramente indirizzato oltreoceano. Alla crisi diplomatica si somma poi l’urgenza di rafforzare le capacità militari danesi, in un contesto di sicurezza europea reso sempre più instabile dall’aggressione russa in Ucraina; si prevede dunque un incremento delle spese per la difesa, che si affiancherà al sostegno già dichiarato a Kiev.

Due dossier, questi, che lasceranno poco spazio alla tregua politica per un governo nato già fragile ma deciso a dimostrare di poter navigare in acque tempestose.

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