Fabregas: “Mi dite che sono un perdente, ma abbiamo meritato di più”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   Non era certo la prima volta, in questa stagione, che il Como si trovava a gestire un vantaggio di due reti contro l’Inter, né tantomeno che tale vantaggio si trasformasse, al fotofinish, in una sconfitta amara. Eppure, nella tana di San Siro, teatro della semifinale di ritorno della Coppa Italia, l’allenatore dei lariani, Cesc Fabregas, ha scelto una linea sorprendentemente opposta rispetto alla rabbia che solitamente accompagna certe debacle. Dopo il 3-2 subito che ha consegnato ai nerazzurri l’accesso alla finale (la gara d’andata era finita 0-0), il tecnico spagnolo ha parlato di orgoglio, di un percorso in salita che forse molti hanno dimenticato, e ha persino ribaltato lo stereotipo che lo vorrebbe semplicemente come un “perdente” incapace di blindare i risultati.

“Venerdì mi ha fatto male perdere in quel modo a Sassuolo – ha dichiarato Fabregas ai microfoni presenti a San Siro –, ma oggi no. Oggi i ragazzi hanno dimostrato ancora di poter competere contro una squadra che vincerà lo scudetto con 4-5 partite di vantaggio”. Questa apparente accettazione della sconfitta, lungi dall’essere un atto di resa, è stata motivata dal contesto specifico in cui la rimonta è maturata. A differenza di altre occasioni, dove l’analisi tecnica aveva prevalso, qui Fabregas ha voluto sottolineare l’avversario: una corazzata abituata a vincere, che può contare su interpreti di livello assoluto e, particolare non trascurabile, su una rosa costruita per competere su più fronti. L’Inter, sotto questo aspetto, rappresenta per il Como non solo l’ostacolo fisico, ma il metro di paragone ideale per misurare la distanza – che l’allenatore ritiene ormai ridotta al lumicino – tra l’ambizione e la realtà.

“Con quell’uomo in campo, la partita cambia”: l’omaggio a Calhanoglu

Uno dei passaggi più illuminanti della conferenza stampa post-partita ha riguardato, senza mezzi termini, l’ammirazione quasi tattile di Fabregas nei confronti del turco Hakan Calhanoglu. Lo stesso che, con una doppietta, aveva gettato le basi per la rimonta nerazzurra. Lontano dalle ipocrisie del mestiere, l’allenatore del Como ha ammesso di pianificare le gare contro l’Inter in funzione della presenza o meno del numero 20, un aspetto, questo, che rivela quanto il valore dell’avversario venga studiato nei minimi dettagli.

“Non esistono tanti giocatori così – ha spiegato Fabregas –. Sono innamorato di lui, quando giochiamo contro l’Inter guardo per prima cosa se gioca lui oppure no e da lì costruiamo la partita”. Accostando il turco a mostri sacri del calcio mondiale come Pirlo, Modric o Kroos, l’ex centrocampista del Barcellona ha fornito la chiave di lettura dell’intera semifinale: da una parte una squadra in costruzione (il Como, appunto), dall’altra un collettivo che può contare su “campioni che trovano soluzioni anche se fai la partita quasi perfetta”. Non una scusante, ma la constatazione realistica di un divario tecnico che, negli episodi decisivi (le cosiddette “due aree di rigore”), ancora penalizza i lariani.

La strategia del direttore sportivo e il rammarico per l’occasione fallita

Nel pre-partita, il direttore sportivo del Como aveva già acceso i riflettori sull’ambiente, definendo l’ambizione di Fabregas come una qualità mai vista prima in un singolo individuo. Un’affermazione, questa, che trova riscontro nelle parole del tecnico al termine della gara, quando ha rivelato di aver dovuto “aprire il cancello del centro sportivo alle 6:30 solo due anni e mezzo fa”. L’analisi del match, però, non si è fermata all’aneddoto emotivo. Fabregas ha individuato un preciso spartiacque tattico, un’occasione gettata alle ortiche che avrebbe potuto scrivere una storia diversa.

“La partita è cambiata dopo il gol del 2-1 – ha ammesso –, ma prima di quello avevamo l’occasione con Diao per il 3. Lui era faccia a faccia con il portiere, e quello sì che avrebbe cambiato il verso della contesa”. Quell’intervento di Josep Martinez su Diao è stato, di fatto, il bivio nevralgico della semifinale. Da lì in poi, l’inerzia è scivolata irreversibilmente dalla parte dei padroni di casa, capaci di sfruttare la freschezza dei cambi (su tutti Sucic e Diouf) per avere la meglio su un Como che, come ammesso dallo stesso allenatore, era “un po’ corto” nella rosa a disposizione in quella specifica serata.

L’eredità del “Sassuolo di De Zerbi” e la prospettiva futura

Nonostante la delusione per una finale sfumata nel momento più dolce, Fabregas ha rifiutato di gettare le basi per un lamento estivo. Anzi, ha provato a ribaltare la prospettiva, paragonando il percorso dei suoi ragazzi a quello di altre realtà che, in passato, hanno rivoluzionato il calcio italiano senza però vincere subito. L’allenatore ha citato esplicitamente il modello del Sassuolo di Roberto De Zerbi o del Napoli di Maurizio Sarri, squadre che hanno lasciato il segno per il gioco prima ancora che per i trofei vinti.

“Preferisco perdere così e ripartire subito – ha tuonato Fabregas –. Tra anni ci ricorderemo di questo Como come accaduto per quelle squadre lì”. Una dichiarazione che suona come una promessa: il rammarico per il 2-0 sprecato esiste, eccome, ma viene incanalato in una narrazione più ampia di crescita. Con cinque partite ancora da giocare in campionato e una classifica che impone concentrazione, il messaggio dello spogliatoio è chiaro: non c’è tempo per piangersi addosso. Quello che manca – quel “qualcosa” a cui Fabregas ha fatto ripetutamente riferimento – non è tanto la qualità del gioco, quanto la cattiveria cinica per chiudere le gare, un dettaglio che a certi livelli, come quello della squadra che sta per vincere lo scudetto, diventa però la differenza tra il partecipante di lusso e il vincente.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.