Fabregas e quel «perdente» che sfida l’Inter: «Meritavamo di più»
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Redazione Sport
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Cesc Fabregas non usa giri di parole, anche quando la sconfitta brucia. L’allenatore del Como, dopo l’eliminazione in semifinale di Coppa Italia per mano dell’Inter (quel 3-2 in rimonta che ha consegnato i nerazzurri alla finale), ha commentato in conferenza stampa con la schiettezza che lo contraddistingue: «Mi dite che sono un perdente, ma abbiamo meritato di più». Una frase, questa, che racchiude l’intera parabola di una squadra, la sua, cresciuta a dismisura negli ultimi anni eppure ancora alla ricerca di quel “qualcosa” – un dettaglio, un’esperienza, una cattiveria – che separi la bella prestazione dal risultato pieno. Lo spagnolo, lo ricordiamo, ha costruito questo progetto partendo da lontano; e proprio dal raffronto con il passato recente arriva la sua serenità, quasi paradossale a pochi minuti da una rimonta subita.
L’orgoglio di un cantiere avanzato
Non c’è rabbia, dunque, nel tecnico dei lariani, ma semmai la lucida consapevolezza di chi ha visto i propri ragazzi tenere testa – per larghi tratti – alla «miglior squadra d’Italia», destinata a vincere lo scudetto con diverse giornate di anticipo. Fabregas ha speso parole di elogio per i suoi, sottolineando come, a differenza della sconfitta patita con il Sassuolo pochi giorni prima, stavolta la prestazione sia stata più che dignitosa: «Venerdì mi ha fatto male perdere in quel modo, oggi no. Oggi i ragazzi hanno dimostrato di poter competere». Un messaggio chiaro, quello che arriva dallo spogliatoio, dove si respira un’aria diversa rispetto al passato; l’obiettivo, adesso, è evitare che l’amarezza per questa occasione mancata infici il rush finale del campionato, con cinque partite ancora da giocare.
Il direttore sportivo e quell’ambizione senza precedenti
Nel pre-partita, a gettare ulteriore luce sul clima che si respira intorno al club lariano, ci aveva pensato il direttore sportivo. Quest’ultimo, parlando del rapporto con l’ex centrocampista spagnolo, non ha nascosto l’ammirazione: «Gli dobbiamo tanto, non ho mai visto tanta ambizione in una persona». Una dichiarazione pesante, che restituisce l’idea di un ambiente coeso, dove la guida tecnica rappresenta molto più di un semplice allenatore. E sulla doppia sfida all’Inter, la stessa voce dirigenziale aveva anticipato il copione poi verificatosi sul campo: «Abbiamo già messo in difficoltà l’Inter, ci crediamo». Una fiducia che, almeno per sessantacinque minuti a San Siro, è sembrata poter trasformare il sogno in realtà, complice il doppio vantaggio firmato Baturina e Da Cunha.
Calhanoglu e quel “pazzo” che fa la differenza
A rovinare i piani di Fabregas, però, ci ha pensato sempre lo stesso nome: Hakan Calhanoglu. Lo stesso tecnico del Como lo ha ammesso a muso duro, quasi con un misto di frustrazione e reverenza: «Non esistono tanti giocatori così. Sono innamorato di lui; quando giochiamo contro l’Inter guardo per prima cosa se gioca lui oppure no e da lì costruiamo la partita». Un riconoscimento totale per il turco, capace di ribaltare l’inerzia del match con una doppietta (di cui una prodezza da fuori area e un colpo di testa libero in area) alla quale si è aggiunto il sigillo di Petar Sucic. Campioni come Calhanoglu, o come i Modric e Kroos citati dal tecnico, trovano soluzioni anche quando la partita dell’avversaria rasenta la perfezione: ecco il «qualcosina» che manca al Como, quel pezzettino di cinismo e di esperienza internazionale che al momento solo il tempo e la crescita potranno eventualmente colmare.




