Sanità pubblica al collo, la spesa crolla al 6,2% del Pil e l'Italia è ultima nel G7
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Redazione Interno
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La fotografia scattata dalla Fondazione Gimbe consegna un quadro impietoso delle condizioni della sanità italiana, un organismo che arranca mostrando ormai da tempo tutti i segni di una crisi profonda.
I nuovi dati diffusi dall'organizzazione indipendente, basati su rilevazioni dell'OCSE, certificano un arretramento che non ha precedenti negli ultimi venticinque anni, con la spesa sanitaria pubblica che si attesta al 6,2% del Prodotto Interno Lordo: un valore che non solo non trova riscontro tra i partner del G7, ma che colloca l'Italia addirittura al quindicesimo posto tra i ventisette Paesi europei dell'area, in una posizione che dista quasi cinque punti percentuali dalla Germania, ferma all'11%, e circa tre punti da nazioni come Francia, Svezia e Regno Unito.
La retrocessione europea e il confronto con il G7
Il confronto con le altre economie avanzate è impietoso e restituisce con chiarezza l'entità del divario: la spesa pro-capite italiana, calcolata sui parametri pubblici, si ferma al gradino più basso del podio tra i sette grandi Paesi industrializzati, superata da Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito e Canada.
Se si allarga lo sguardo all'intero scacchiere continentale, il nostro Paese sconta un distacco strutturale che la ricerca della Fondazione Gimbe definisce come "sistemico", ovvero non frutto di fluttuazioni temporanee ma di una tendenza consolidata che si è aggravata negli ultimi esercizi finanziari.
Le cifre parlano chiaro: la media dell'area OCSE si attesta al 7,1%, quasi un punto percentuale in più rispetto al dato italiano, una forbice che si allarga ulteriormente se si considerano gli investimenti nella prevenzione e nella digitalizzazione, settori in cui il nostro sistema fatica a tenere il passo con i partner europei.
La reazione delle opposizioni e la polemica politica
Il dato diffuso ieri ha immediatamente innescato un acceso dibattito politico, con le forze di opposizione che hanno attaccato senza mezzi termini l'operato del governo. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha parlato di un "obiettivo raggiunto" dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sottolineando come l'esecutivo abbia di fatto ridotto gli investimenti nel comparto sanitario pubblico portandoli ai minimi storici, un traguardo che secondo la leader dem rappresenta una scelta politica precisa e non una contingenza economica.
Sul fronte del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte ha rincarato la dose utilizzando un registro polemico analogo, ricordando come il primato negativo tra i Paesi del G7 per la spesa pro-capite rappresenti un dato oggettivo con cui il governo dovrà fare i conti, al di là delle celebrazioni per i presunti record economici sbandierati nei mesi scorsi.
La maggioranza, dal canto suo, non ha ancora diffuso una contro-deduzione ufficiale ai numeri della Fondazione Gimbe, limitandosi a interventi sporadici che sottolineano gli incrementi del Fondo Sanitario Nazionale in termini assoluti, senza però intaccare la sostanza del rapporto percentuale rispetto al Pil.
L'impatto concreto sui cittadini tra rinunce e liste d'attesa
Dietro la fredda aritmetica dei bilanci e delle percentuali si nasconde una realtà fatta di sacrifici quotidiani per milioni di italiani, che i ricercatori della Fondazione Gimbe hanno quantificato in circa 5,8 milioni di cittadini costretti a rinunciare a prestazioni sanitarie a causa dei costi elevati o delle lunghe attese.
Queste rinunce non riguardano solo le visite specialistiche o gli esami diagnostici di secondo livello, ma investono anche la medicina di base e i percorsi di prevenzione, con un effetto domino che rischia di aggravare le patologie croniche e di aumentare il ricorso alle cure in fase acuta, con costi sociali e umani incalcolabili.
L'accesso alle cure, che dovrebbe rappresentare un diritto universale sancito dall'articolo 32 della Costituzione, diventa così un'impresa sempre più ardua per le fasce deboli della popolazione, a partire dagli anziani e da chi vive in condizioni di disagio economico, mentre le Regioni del Sud scontano un divario storico nell'offerta di servizi che i dati nazionali finiscono per mascherare.
La spesa farmaceutica, che pure rappresenta una voce importante del bilancio sanitario, non compensa le carenze strutturali e organizzative di un sistema che arranca tra carenza di personale, strutture obsolete e una burocrazia che spesso blocca gli investimenti privati nel settore.
La metodologia Gimbe e la lettura dei numeri
La Fondazione Gimbe, nel diffondere la sua analisi, ha voluto precisare che il dato del 6,2% del Pil deriva da una elaborazione incrociata delle fonti OCSE e dei rendiconti ministeriali, escludendo dalla voce di spesa pubblica i rimborsi assicurativi e le prestazioni erogate attraverso canali privati convenzionati, per restituire un'immagine il più possibile fedele di quanto viene effettivamente stanziato dallo Stato per la salute dei cittadini.
La scelta di utilizzare il rapporto percentuale sul Pil, piuttosto che il valore assoluto in euro, consente di confrontare l'Italia con Paesi di dimensioni demografiche ed economiche diverse, evidenziando una correlazione negativa che si protrae ormai da diversi anni: già nel 2020, anno dell'emergenza pandemica, la spesa era scesa sotto la soglia del 7% e da allora non ha più invertito la rotta, nonostante le promesse elettorali e i proclami di rilancio del Servizio Sanitario Nazionale.
La ricerca sottolinea inoltre che il dato italiano appare ancora più preoccupante se si considera il crescente fabbisogno di salute determinato dall'invecchiamento della popolazione e dall'aumento delle malattie croniche, due variabili che richiederebbero un incremento degli investimenti e non certo una loro contrazione.
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