Attentato a Sigfrido Ranucci, gli arrestati rispondono ai pm
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’attentato a Sigfrido Ranucci entra nella fase degli interrogatori dei presunti esecutori materiali arrestati lo scorso 30 giugno. Nel carcere romano di Rebibbia vengono sentiti Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, due dei quattro arrestati per l’esplosione avvenuta il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Pomezia del giornalista Rai e conduttore di Report. I due sono pronti a rispondere alle domande dei magistrati e a fornire la propria versione sulle accuse, mentre i loro difensori puntano a contestare l’aggravante del metodo mafioso e a intervenire anche sulla misura cautelare in carcere. Gli interrogatori assumono quindi un ruolo centrale per chiarire il mandato ricevuto e ricostruire i confini dell’azione attribuita agli indagati.
Gli interrogatori a Rebibbia e il mandato attribuito a Valter Lavitola
Al centro degli interrogatori c’è anche il rapporto con Valter Lavitola, indicato come presunto mandante dell’attentato e definito reo confesso. Secondo quanto emerge dalle informazioni disponibili, gli indagati sarebbero delusi dal mancato sostegno economico e logistico di Lavitola e sarebbero pronti a chiarire davanti ai magistrati i dettagli e i limiti del mandato ricevuto. L’imprenditore e faccendiere viene inoltre indicato come amico di Ranucci. L’attenzione degli inquirenti si concentra così non soltanto sull’esecuzione materiale dell’attentato, ma anche sugli elementi che possono ricostruire il rapporto tra chi avrebbe agito e chi avrebbe affidato l’incarico.
L’esplosione risale al 16 ottobre 2025, quando una bomba scoppiò davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci a Pomezia, in provincia di Roma. Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello sono detenuti nel penitenziario capitolino e risultano accusati, nell’ambito dell’inchiesta, di strage, detenzione e porto di materiale esplosivo con l’aggravante del metodo mafioso e danneggiamento. Il passaggio davanti ai magistrati consente ora ai presunti esecutori di affrontare direttamente le contestazioni e di spiegare la propria posizione. La scelta di rispondere assume particolare rilievo perché gli stessi difensori hanno chiarito che l’interrogatorio è stato richiesto dalla difesa.
La difesa contesta l’aggravante mafiosa e la custodia in carcere
Gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, difensori di tre dei quattro arrestati, hanno annunciato che i loro assistiti risponderanno alle domande del pubblico ministero in merito alle accuse. Entrando nel carcere di Rebibbia per l’interrogatorio, i legali hanno spiegato di aspettarsi numerose domande e hanno ribadito l’intenzione di presentare la versione difensiva degli indagati. La linea indicata punta in particolare a far cadere l’aggravante del metodo mafioso, uno degli elementi contestati nell’inchiesta, e a ottenere un’attenuazione della misura cautelare. Secondo la posizione espressa dai legali, infatti, gli arrestati non dovrebbero restare in carcere.
La giornata degli interrogatori mette quindi a confronto le accuse formulate nell’indagine e la ricostruzione che i presunti esecutori intendono offrire ai magistrati. Il punto riguarda sia quanto accaduto davanti all’abitazione del conduttore di Report sia il contenuto del mandato che sarebbe stato ricevuto da Valter Lavitola, con particolare attenzione ai dettagli che gli indagati dichiarano di voler chiarire. Parallelamente, la difesa concentra la propria iniziativa sulla qualificazione delle accuse e sull’aggravante mafiosa, contestandone l’applicazione. Le risposte fornite a Rebibbia diventano così il nuovo passaggio dell’inchiesta sull’attentato del 16 ottobre 2025 e sulla posizione dei quattro arrestati come presunti esecutori materiali.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
