L'attentato a Sigfrido Ranucci e le piste tra 'ndrangheta ed eolico

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dieci ore prima che le automobili di Sigfrido Ranucci e di sua figlia venissero fatte saltare in aria davanti all'abitazione del giornalista a Capo Ascolano, un collaboratore di giustizia è stato trasferito in una località protetta, un dettaglio cronachistico che si intreccia, non necessariamente in modo causale, con le indagini sulla vicenda. In quel quadrante periferico della capitale, dove bombe e spari costituiscono una triste normalità, gli stessi inquirenti, come risulta da indiscrezioni, ritengono plausibile l'ipotesi di un atto riconducibile a dinamiche locali o perfino casuale; è possibile, ci si dice, che gli autori del gesto non sapessero neppure a chi appartenessero i veicoli. "Probabilmente l'obiettivo non era neppure Ranucci", ha affermato una fonte dei Carabinieri, la cui identità rimane ovviamente non certificata, suggerendo l'assenza di un pedinamento pregresso e dipingendo uno scenario di violenza indistinta nella quale il conduttore di Report sarebbe incappato per caso.

L'indagine della Direzione Antimafia

Nonostante le valutazioni sul possibile carattere locale dell'accaduto, l'attentato non viene trattato come un semplice danneggiamento. La gravità dell'episodio, che ha impiegato un chilo di polvere pirica, ha spinto le autorità giudiziarie ad affidare il caso alla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, la quale coordina le proprie attività con i carabinieri del Nucleo Investigativo e con il Reparto Investigazioni Scientifiche. L'ipotesi di lavoro prioritaria vede nell'esplosione un'intimidazione di matrice criminale, forse riconducibile a gruppi di ultras, direttamente connessa al lavoro di inchiesta portato avanti da Ranucci; una minaccia che, secondo alcuni, potrebbe essere partita da qualcuno che ha agito per conto proprio, a titolo personale, senza un mandato superiore.

Il collegamento con i proiettili e la pista degli appalti

Gli investigatori stanno attentamente esaminando le connessioni con un precedente episodio intimidatorio risalente a un anno fa, quando due proiettili di una pistola P38 furono rinvenuti davanti alla stessa abitazione. Le similitudini tra i due eventi sono multiple e significative, a cominciare dal luogo identico in cui sono stati depositati sia i proiettili che l'ordigno esplosivo, un particolare che non può essere liquidato come una semplice coincidenza. Questo doppio episodio, che delinea una preoccupante continuità minacciosa, si inserisce in un contesto lavorativo ben preciso: la nuova stagione del programma Report ha infatti incluso una puntata dedicata al complesso mondo degli appalti nel Nordest, un territorio dove gli interessi della 'ndrangheta nel settore eolico sono da tempo al centro di attenzioni investigative.

Le coincidenze e la pista della 'ndrangheta sull'eolico

Proprio in relazione a queste inchieste, spunta una nuova pista che gli inquirenti stanno valutando con crescente interesse, sebbene sia ancora circondata da alcune strane coincidenze che ne rendono complessa l'interpretazione. La frase di un collaboratore di giustizia, il quale avrebbe riferito di un giornalista che sarebbe stato "finito", acquista un peso particolare alla luce del trasferimento dello stesso pentito avvenuto in prossimità temporale dell'attentato. Mentre si indaga per il reato di danneggiamento aggravato dal metodo mafioso, il filone che lega l'intimidazione al lavoro giornalistico sugli appalti nel settore delle energie rinnovabili al Nordest, un'affare di enorme portata economica, sembra guadagnare terreno, suggerendo un reticolo di possibili collegamenti che le forze dell'ordine hanno il compito di dipanare.

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