La pista della 'ndrangheta per la bomba a Sigfrido Ranucci

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ombra dei clan calabresi, che da tempo intrecciano i loro affari al florido business delle energie rinnovabili, si allunga sull’attentato dinamitardo subito dal conduttore di Report Sigfrido Ranucci. Un indizio preciso, che gli inquirenti coordinati dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi e dal pm titolare del fascicolo Carlo Villani stanno valutando con la massima attenzione, collega infatti la data del fatto a un repentino trasferimento in una località protetta di un collaboratore di giustizia. Quest’ultimo, come emerso dalle indagini, aveva rilasciato preziose dichiarazioni proprio al programma di inchiesta, conversazioni che potrebbero aver infastidito gli ambienti criminali toccati dalle rivelazioni. Una pista, quella del pentito trasferito, che si affianca a un altro elemento investigativo: una vecchia conversazione intercettata in carcere, la quale, sebbene di non immediata decifrazione, sembrerebbe evocare dinamiche riconducibili allo stesso scenario.

Le dichiarazioni del giornalista

Sigfrido Ranucci, da parte sua, ha fornito la sua lettura dei fatti in modo netto, allontanando esplicitamente l’ipotesi di un mandante politico e indicando invece la criminalità come il referente più probabile. “Il messaggio era chiaro: chi ha messo l’ordigno conosceva le mie abitudini”, ha raccontato, ricordando il momento in cui, inizialmente, aveva scambiato l’esplosione per una bombola del gas. “Noi tocchiamo talmente tanti interessi e centri di potere che è impossibile capire l’origine”, ha ammesso, pur precisando di credere “che sia opera di qualcuno legato alla criminalità, o comunque di qualcuno che si serve della criminalità”. Una posizione che sgretola diverse speculazioni, basate su supposte responsabilità morali di certa politica, e che riporta l’attenzione su un terreno più concreto, fatto di affari illeciti e di reazioni violente agli scomodi scandali portati alla luce dal giornalismo d’inchiesta.

Il lavoro di Report e gli interessi toccati

La determinazione della redazione di Report, che tornerà in onda con la consueta linea investigativa, appare intatta nonostante l’episodio intimidatorio. Ranucci ha sottolineato come la squadra non abbia intenzione di “abbassare l’asticella” del proprio lavoro, che per sua natura va a interferire con potentati economici e sistemi criminali di notevole spessore. L’inchiesta sulla ‘ndrangheta nell’eolico, in particolare, rappresenta uno di quei filoni esplorativi che più di altri rischiano di sollevare reazioni pericolose, dato che scalfiscono un settore dove gli investimenti sono cospicui e i profitti, anche per le cosche, sono enormi. È in questo groviglio di soldi e potere che gli investigatori stanno cercando il movente plausibile dell’attentato, analizzando ogni possibile connessione tra le inchieste televisive e le ritorsioni messe in atto per fermarle.

Lo scenario investigativo

Sul tavolo dei magistrati, la pista calabrese rimane dunque una di quelle più seguite, sebbene non sia l’unica e venga trattata con la cautela che ogni elemento indiziario richiede. La simultaneità tra l’esplosione e il trasferimento del collaboratore di giustizia offre un nesso temporale che non può essere ignorato, così come le chiacchiere in carcere che, sebbene criptiche, aggiungono un tassello a un quadro già complesso. Gli inquirenti, evitando di farsi condizionare da narrazioni esterne, continuano a lavorare sui riscontri oggettivi, consci che la verità potrebbe nascondersi proprio in quell’intreccio tra green economy e affari sporchi che Report aveva cominciato a disseppellire.

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