L’attentato a Ranucci, la svolta di Giletti: “Quella bomba porta la firma della camorra”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il boato che nella notte del 16 ottobre scorso squarciò il silenzio di Campo Ascolano, la frazione di Pomezia dove Sigfrido Ranucci vive da anni sotto scorta, avrebbe una matrice precisa e, per certi versi, inedita rispetto alle prime ipotesi investigative. A piazzare l’ordigno sotto l’auto del conduttore di Report non sarebbe stato un singolo “lupo solitario” né un gruppo di ultras, bensì un commando organizzato, fatto arrivare appositamente dalla Campania per poi farlo rientrare subito dopo l’esecuzione del gesto intimidatorio. La rivelazione, arrivata durante la puntata del 30 marzo de “Lo stato delle cose” su Rai 3, porta la firma di Massimo Giletti che, nel corso della trasmissione, ha fornito dettagli destinati a ridisegnare il perimetro dell’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma. Secondo quanto ricostruito, gli uomini responsabili dell’attentato – che causò la distruzione delle vetture del giornalista e della figlia – appartengono a pieno titolo alla camorra, un’indicazione che rafforza la pista già emersa nei mesi scorsi quando una lettera anonima aveva indirizzato gli investigatori verso il clan dei Casalesi e, in particolare, verso ambienti legati al gruppo di Giuseppe Setola.

Il depistaggio della Panda nera e la gelatina da cava

Uno degli elementi più significativi emersi dalla nuova ricostruzione riguarda le modalità operative che per mesi hanno orientato i primi accertamenti dei carabinieri. Nei giorni immediatamente successivi all’esplosione, le testimonianze e i primi rilevamenti avevano concentrato l’attenzione su una utilitaria di colore nero, una Panda, che si presumeva fosse stata utilizzata per la fuga. Giletti ha invece chiarito come quel mezzo, probabilmente, abbia avuto un ruolo depistante: la vettura effettivamente impiegata dal gruppo di fuoco sarebbe un’altra, così come diversa sarebbe la natura dell’esplosivo. Non si tratterebbe di plastico, come inizialmente ipotizzato, ma di gelatina da cava, un composto che richiede una certa familiarità con l’utilizzo di esplosivi e che, secondo le indiscrezioni, proverrebbe proprio da un sito di estrazione. Questo particolare, unito alla professionalità dimostrata nel piazzare l’ordigno tra due vasi esterni alla villetta di via Massimo D’Azeglio, ha portato gli inquirenti a escludere la matrice artigianale o improvvisata per abbracciare con sempre maggiore convinzione quella criminale organizzata.

La dinamica del commando: arrivo e rientro in Campania

A differenza di quanto ipotizzato nelle prime ore successive all’attentato – quando si parlava di un singolo attentatore – la ricostruzione fornita da Giletti descrive un’operazione più complessa, che richiama le modalità tipiche delle spedizioni punitive della criminalità organizzata. Non un singolo individuo, ma “un piccolo gruppo” si sarebbe mosso quella sera: gli uomini, giunti dalla Campania, hanno raggiunto la zona di Pomezia, hanno posizionato l’ordigno sotto la vettura del giornalista (già parcheggiata davanti all’abitazione) e hanno fatto immediatamente rientro nella loro regione di origine. Questo schema operativo, che prevede lo spostamento di persone dal territorio di provenienza per compiere un’azione in una regione diversa e il successivo rientro, rappresenta un classico modus operandi delle consorterie camorristiche quando intendono colpire obiettivi lontani dal loro bacino abituale, rendendo più complesso il lavoro di intercettazione e di individuazione dei sospettati da parte delle forze dell’ordine. Il fatto che gli attentatori non avessero alcun legame diretto con il territorio laziale, se non quello di “eseguire” un ordine, spiega anche perché le prime verifiche sulle telecamere di sorveglianza di Pomezia, effettuate dai Ris, avessero faticato a trovare tracce di soggetti riconducibili a contesti locali.

Le indagini della Dda e il legame con le inchieste di Report

La conferma della pista camorristica, per quanto ancora in fase di verifica da parte degli inquirenti guidati dal pm Carlo Villani, arriva a rafforzare il filone investigativo che già a gennaio aveva portato il Giornale a escludere altre ipotesi più fantasiose legate ai servizi segreti o a ritorsioni politiche. La Dda di Roma procede per i reati di danneggiamento e violazione della legge sulle armi, entrambi aggravati dal metodo mafioso, e il legame tra l’attentato e i temi trattati da Ranucci appare sempre più stretto. Già nelle scorse settimane, nel contesto dell’inchiesta, erano stati ascoltati in procura l’inviato di Report Daniele Autieri e l’ex amministratore delegato della Cantieri Navale Vittoria, Francescomaria Tuccillo, in relazione a una lettera anonima che collegava l’attentato a un presunto traffico di armi emerso da un servizio andato in onda. Il servizio in questione, incentrato su due mitragliatrici da guerra non registrate trovate in un cantiere di Adria, sembra aver rappresentato il movente scatenante per un’organizzazione criminale che, sentendosi esposta, avrebbe deciso di reagire con un atto di forza nei confronti del conduttore. Il fatto che Ranucci da anni si occupi di inchieste sulle infiltrazioni della camorra, della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra nel tessuto economico e politico del Paese, rende questa pista non solo plausibile, ma anche coerente con lo storico delle minacce subite dal giornalista, già da tempo sottoposto a un articolato dispositivo di sicurezza.

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