L’ombra di Mancini e quelle chat tagliate: dentro lo scontro Giletti-Ranucci

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La sovrapposizione tra vecchie inchieste, presunte cordone di potere e conversazioni private finite nel mirino delle telecamere ha prodotto l’ennesimo strappo nel giornalismo Rai, e stavolta il palcoscenico è quello di Lo stato delle cose, dove lunedì sera Massimo Giletti ha materialmente esibito la copia forense degli scambi WhatsApp intercorsi tra Sigfrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia. Si torna al 17 settembre 2024, periodo in cui l’imprenditrice campana – oggi rinviata a giudizio per stalking e lesioni nei confronti dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano – dialogava fittamente con il conduttore di Report, e in quei messaggi affiora una sequenza di nomi, tra i quali alcuni definiti da Ranucci come parte di un “giro gay pericolosissimo” -5-7-10. Giletti, chiamato in causa per ultimo nella catena di messaggi, ha incassato la menzione come una vera e propria etichettatura, e ha restituito pubblicamente quella che ha definito “una delusione umana profonda”, lamentando la distanza tra la postura del giornalista d’inchiesta e quella di chi, in privato, parrebbe costruire tassonomie relazionali basate sull’orientamento sessuale e presunte aggregazioni di potere -5.

Ranucci, dal canto suo, ha replicato a muso duro attraverso un lungo post sui propri canali social, ribaltando il senso dell’accusa e spostando il fulcro della questione lontano dalla semantica di “lobby” o “giro”. Il conduttore sostiene che l’architrave della conversazione con Boccia fosse un altro, ovvero il ruolo giocato da Marco Mancini – ex dirigente dei servizi segreti, già coinvolto nel caso Abu Omar e nel dossieraggio Telecom-Pirelli – nella costruzione di alcune narrazioni giornalistiche -1-4-9. Nella ricostruzione offerta da Ranucci, Cerno e Giletti risulterebbero non già complici di una fantomatica lobby omosessuale, bensì elementi di un sistema che avrebbe rilanciato, spesso senza contraddittorio, le “veline” difensive prodotte dall’entourage di Mancini; e la chat, secondo questa lettura, sarebbe stata amputata della parte iniziale – quella in cui si discuteva di Cerno e dei suoi editoriali giudicati dallo stesso Ranucci come “un condensato di volgarità e misoginia” – per ridurre il tutto a un’etichetta infamante -1-2-6.

La catena dei nomi e la rimozione del contesto

Nella sequenza testuale resa pubblica da Giletti si legge l’elenco: dopo il riferimento a Cerno e a Mancini, è Boccia a introdurre Alfonso Signorini e un criptico “signor B”, e Ranucci a suggellare con il nome del collega di rete -5-10. È su questo elenco che si è concentrata la replica del diretto interessato, il quale ha rivendicato la necessità di ricollocare l’intero scambio nel quadro della preparazione di un’inchiesta di Report – quella sull’incontro all’autogrill tra Mancini e Matteo Renzi – e ha accusato Giletti di aver scientemente espunto ogni riferimento all’ex 007 per confezionare un prodotto giornalistico fondato su un presupposto distorto -4-9. Ranucci ha inoltre ricordato un precedente che pesa come un macigno nei rapporti tra i due: quando, a suo dire, Giletti avrebbe tentato di identificare una fonte protetta di Report – l’insegnante di sostegno autrice delle foto nell’autogrill – presentandosi con una telecamera nascosta nei pressi della scuola frequentata dalle figlie della donna, una circostanza che il diretto interessato non ha mai smentito pubblicamente -1-4-9.

Sul piano strettamente giudiziario, tuttavia, l’intera vicenda delle chat rimane confinata alla sfera privata. La Procura di Roma, che ha già chiuso le indagini sul caso Boccia chiedendo e ottenendo il rinvio a giudizio dell’imprenditrice per fatti che riguardano Sangiuliano, non ha al momento aperto alcun fascicolo per diffamazione relativamente ai cinque nominativi emersi dalla conversazione; e, come precisato dagli stessi uffici giudiziari, in assenza di una denuncia formale da parte di qualcuno dei citati, nessuna iniziativa penale potrà essere intrapresa -6. Ne deriva che la ridda di dichiarazioni, smentite e controdeduzioni rimane, per ora, materia di resa dei conti interna al giornalismo televisivo, senza contrappesi processuali.

L’invocazione della privacy e le repliche di Boccia

Sullo sfondo emerge la voce della stessa Maria Rosaria Boccia, la quale – attraverso una nota diffusa nelle ore immediatamente successive alla messa in onda – ha criticato aspramente la “spettacolarizzazione mediatica” di conversazioni nate in un ambito che definisce “strettamente privato” -2-8. L’imprenditrice ha sostenuto la tesi già avanzata da Ranucci, ovvero che la trasmissione abbia offerto una ricostruzione “parziale e priva dell’elemento iniziale” che giustificava lo scambio: un commento, scrive Boccia, relativo al linguaggio usato nei suoi confronti da Cerno, linguaggio che entrambi gli interlocutori giudicavano offensivo. Ranucci, nella sua difesa, ha insistito sulla stessa linea, sottolineando come l’aggettivo “pericolosissimo” si riferisse alla capacità di quella rete di persone di orientare l’agenda mediatica e di proteggere interessi opachi, non certo alla sfera sessuale -6-8.

L’intervento del Partito Gay LGBT+ per voce di Fabrizio Marrazzo ha stigmatizzato l’ennesimo “utilizzo strumentale e tossico del termine ‘lobby gay’”, rilevando come la locuzione sia stata storicamente impiegata per insinuare sospetti e screditare figure pubbliche piuttosto che per descrivere fenomeni reali -2. Ma la nota è caduta in un dibattito polarizzato, dove il senatore Maurizio Gasparri ha depositato un’interrogazione parlamentare chiedendo alla Rai di pronunciarsi su quelli che definisce “atteggiamenti omofobi”, ricevendo la replica della senatrice Dolores Bevilacqua, la quale ha contestato la legittimità morale di chi, nelle file della maggioranza, avrebbe spesso fatto dell’omofobia “una bandiera politica” -3.

Il nodo irrisolto delle fonti e della deontologia

A emergere con chiarezza, al di là dei singoli affondi, è una frattura profonda nel modo di intendere il rapporto tra cronaca, fonti giudiziarie e riservatezza. Ranucci contesta a Giletti di aver veicolato materiale difensivo come se si trattasse di inchiesta autonoma, e di aver ripetuto persino gli errori materiali contenuti nelle memorie legali di Mancini – sbagliando il casello autostradale e il decreto in vigore il giorno dell’incontro con Renzi – il che, secondo il conduttore di Report, dimostrerebbe la mancanza di un vaglio critico indipendente -4. Giletti, invece, rivendica il diritto-dovere di portare alla luce ciò che ritiene essere un abuso di posizione: l’uso dell’orientamento sessuale altrui, anche solo per implicazione, come marchingegno retorico volto a delegittimare un avversario professionale -5-7.

L’azienda Rai, per il momento, osserva senza intervenire. Non sono state convocate riunioni di rete né emanate note di servizio, e nessuno dei due conduttori – entrambi con contratti in essere – ha formalmente richiesto l’arbitrato del vertice. Resta l’impressione di una resa dei conti rimandata, che trasuda dai teleschermi e dalle bacheche Facebook e che difficilmente si esaurirà con il semplice passare delle ore, anche perché nessuno dei protagonisti, a cominciare dal direttore de Il Giornale Tommaso Cerno – il quale fino a questo momento ha mantenuto un profilo basso, limitandosi a far filtrare la propria indignazione attraverso le colonne del quotidiano che dirige – sembra intenzionato a concedere tregua all’altro.

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