Il caso Giletti-Ranucci e il nodo della «lobby gay» tra chat private, silenzi di Palazzo e lo spettro dell’ex 007 Mancini

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La trasmissione Lo stato delle cose è ormai alle spalle, eppure l’eco delle parole scambiate tra Massimo Giletti e Sigfrido Ranucci continua a riverberare nei palazzi romani e, soprattutto, nei Transatlantici deserti di dichiarazioni. Al centro della bufera – o forse sarebbe più corretto dire al centro di una tempesta giornalistica che mescola servizi segreti, gossip, orientamento sessuale e presunte lobby – resta l’ormai celebre scambio di messaggi intercorso il 17 settembre 2024 tra il conduttore di Report e Maria Rosaria Boccia, imprenditiera di Pompei prossima al processo per stalking nei confronti dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano -6-10. In quelle conversazioni, rese pubbliche già a gennaio dal Giornale e poi riproposte da Giletti con tanto di copia forense, Ranucci parlava di un «giro gay» e lo definiva «pericolosissimo», chiamando in causa Tommaso Cerno, Alfonso Signorini, l’ex agente dei servizi Marco Mancini, un enigmatico «signor B.» e, appunto, Giletti stesso -3-10. Ma il punto, a settimane di distanza, non è più solo il tenore di quelle battute. Il punto è il cratere che si è aperto attorno: nessuno, a sinistra, sembra disposto a scavarlo.

La difesa del conduttore e la controffensiva sull’asse Cerno-Mancini

Ranucci, dal canto suo, ha scelto la linea della rettifica lessicale quanto della controaccusa. «È falso che io abbia accusato Giletti di fare parte di una lobby gay», ha scritto sui social. «Se ci tiene tanto a riconoscersi in essa è un problema suo» -8. La sua non sarebbe una ritrattazione, bensí la denuncia di un equivoco costruito ad arte: il vero oggetto del suo scambio con Boccia – sostiene il conduttore di Report – non era l’omosessualità dei colleghi, bensì il loro rapporto con Marco Mancini, l’ex numero due del Sisde finito al centro del caso Abu Omar e del dossieraggio Telecom -7. Ranucci parla di una «cosa più grave» volutamente ignorata: Giletti e Cerno sarebbero «amici e al servizio di Mancini», avrebbero rilanciato le tesi difensive dell’ex 007 senza contraddittorio, e Giletti, in particolare, avrebbe addirittura commesso «gli stessi errori dei legali» di Mancini nel ricostruire il noto incontro all’autogrill con Matteo Renzi -3-8. Dunque, secondo la ricostruzione del giornalista di Report, l’accusa non sarebbe mai stata quella di cospirazione omosessuale, ma quella di collateralismo con un personaggio dei servizi deviati. Una sfumatura che, a leggere i messaggi integrali, appare quantomeno non esplicita.

L’ironia dei diretti interessati e lo stupore del mondo lgbt

Se Ranucci insiste sulla complessità del contesto, i suoi colleghi preferiscono il registro dell’arguzia, sebbene amara. Massimo Giletti, interpellato sul caso, ha risposto con un vocale volutamente scherzoso: «Devo chiedere al capo della lobby gay se posso parlare» -6. Tommaso Cerno, direttore de il Giornale e omosessuale dichiarato, ha liquidato la vicenda con una battuta: «Giuro che non sono mai andato a letto con Giletti, tra l’altro lui ha avuto mille fidanzate» -6. Alfonso Signorini, altro nome citato nella chat, ha dichiarato di apprendere solo ora di appartenere a un «giro gay in così amabile compagnia» e si è detto curioso dell’identità del «signor B.» -6. Diversa, e molto più tagliente, la reazione di Marco Mancini. L’ex 007, attraverso i suoi legali, ha parlato di «duplice menzogna»: da un lato l’espressione «giro gay pericolosissimo» rivelerebbe «una concezione omofoba della vita», dall’altro la menzione del suo nome veicolerebbe un’accusa infondata, tanto che ha già chiesto ai suoi avvocati di valutare iniziative legali -6. Sul fronte delle associazioni, Fabrizio Marrazzo del partito Gay LGBT+ ha condannato l’«uso strumentale e tossico» del termine lobby, etichetta che da anni serve a «insinuare sospetti e alimentare pregiudizi» -1.

Il silenzio della Camera e le schermaglie con i parlamentari

Tuttavia, l’aspetto forse più rivelatore della vicenda non riguarda i protagonisti in video, bensì il vuoto pneumatico che si respira tra i banchi dell’opposizione. Il Giornale ha condotto un vero e proprio sondaggio tra i parlamentari di centrosinistra, e l’esito è stato una sequela di risposte elusivamente seccate. Marco Furfaro (Pd), interpellato, è «andato su tutte le furie», ha parlato di impegni elettorali a Pisa e Pistoia e ha definito «maleducato» il giornalista che lo incalzava, salvo poi scusarsi ore dopo ammettendo che «ci sono termini che non dovrebbero essere mai usati» -2. Angelo Bonelli (Avs) ha troncato: «Non me ne frega nulla». Arturo Scotto (Pd) ha semplicemente dichiarato di non leggere il quotidiano diretto da Cerno. Matteo Orfini ha invocato il tema del contesto e la differenza tra chat privata e dichiarazione pubblica -2. Alessandro Zan, primo firmatario della legge contro l’omotransfobia, non è risultato reperibile. Solo l’attivista Imma Battaglia ha rotto il fronte, giudicando le parole di Ranucci «fuori luogo» e connotate da un «tono omofobo» -2. Dal M5S, Dolores Bevilacqua ha preferito contrattaccare: ha accusato Gasparri di strumentalizzare il caso, ricordando che Giletti ha recentemente ospitato Fabrizio Corona -4. Una replica che sposta il bersaglio, ma non risponde al merito.

La destra all’attacco e il nodo della doppia morale

A colmare il silenzio altrui ci pensa Maurizio Gasparri. Il senatore di Forza Italia ha presentato un’interrogazione parlamentare e una denuncia all’Ordine dei giornalisti, parlando di «vergognoso conformismo» e di un trattamento di favore riservato a Ranucci: «Se lo avesse detto uno di destra sarebbe stato crocefisso» -2-4. Un concetto, quello del doppiopesismo, ripreso anche da commentatori come Giovanni Sallusti, secondo cui l’intoccabilità di Ranucci sarebbe la cartina di tornasole di un’asimmetria culturale: ciò che per un giornalista conservatore varrebbe il linciaggio mediatico, per un paladino del progressismo diventa una sfumatura decontestualizzabile -5. E mentre la sinistra tace e la destra incalza, resta sullo sfondo il ruolo della Rai. L’azienda di viale Mazzini, infatti, non ha ancora assunto posizioni pubbliche in merito ai comportamenti dei suoi due conduttori di punta, né sulla querelle relativa alla presenza in video di Cerno, già oggetto di tentativi di «censura» da parte di esponenti dem e pentastellati -9.

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