Giletti e Ranucci, duello sui messaggi della "lobby gay". Il conduttore di Report: "Sono al servizio di un ex 007"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La rivelazione pubblica di una serie di messaggi privati, operata da Massimo Giletti nella sua trasmissione “Lo stato delle cose”, ha innescato un duro conflitto tra il giornalista e Sigfrido Ranucci, autore di Report, il quale respinge con forza le interpretazioni date in sala. I testi, scambiati tra Ranucci e l'imprenditrice Maria Rosaria Boccia – coinvolta in un procedimento giudiziario per stalking e lesioni – e originariamente pubblicati dal quotidiano diretto da Tommaso Cerno, contengono riferimenti a una presunta “lobby gay di destra”, espressione che costituisce il nucleo della contesa. Giletti, nel mostrare quelle chat, ha implicitamente attribuito a Ranucci l’intenzione di ascriverlo a quel gruppo informale, una ricostruzione che il giornalista di Report giudica distorta e strumentale, sostenendo invece di aver avanzato un’accusa di natura ben diversa e, a suo dire, più grave.

La controreplica di Sigfrido Ranucci

Ranucci, replicando attraverso un post su Facebook, ha categoricamente smentito di aver mai indicato Giletti come parte di una lobby omosessuale, arrivando ad affermare, con una frase incidentale che ha ulteriormente inasprito il dibattito, che “se ci tiene tanto a riconoscersi nella lobby gay è un problema suo”. La sua versione punta a spostare radicalmente il focus della polemica, spostandolo dalla sfera privata a quella professionale e dei legami con figure controverse. Quello che lui sostiene di aver voluto denunciare, e che secondo la sua ricostruzione i due colleghi avrebbero “finto di non capire”, è invece un rapporto di servizio e di amicizia che legherebbe sia Giletti che Tommaso Cerno a Marco Mancini, l’ex funzionario dei servizi segreti coinvolto, come riportano le cronache giudiziarie, nel caso del rapimento di Abu Omar e in attività di dossieraggio illecito durante la sua esperienza nella security di Telecom.

L’attacco all’etica giornalistica

La difesa di Maria Rosaria Boccia, la quale a sua volta ha parlato di una “ricostruzione parziale” da parte di Giletti, si inserisce in un quadro già teso, ma è la controffensiva di Ranucci a colpire nel segno, trasformando lo scontro personale in una questione di deontologia. Le sue parole, infatti, non si limitano a rettificare un’interpretazione dei messaggi, ma contengono un’esplicita condotta della condotta professionale dei due giornalisti, accusati di essere “al servizio” di una figura legata a vicende di cronaca nera e d’intelligence, trattate con il dovuto rispetto per le vittime e senza scendere in dettagli non necessari. È questo il passaggio che, secondo Ranucci, costituirebbe il cuore dello scambio con Boccia, volutamente oscurato per deviare l’attenzione pubblica e dipingerlo come autore di una gossipara denuncia privata.

Il ruolo di Mancini e lo scontro tra narrazioni

La figura di Marco Mancini, dunque, emerge come l’elemento centrale nella duplice narrazione che si contendono la verità dei fatti. Mentre da una parte si propone una lettura incentrata su supposte appartenenze e gruppi di potere, dall’altra si insiste su una trama di legami professionali che toccano il mondo dell’informazione e della sicurezza, un intreccio che richiama procedimenti giudiziari passati e che solleva interrogativi su possibili condizionamenti. Ranucci, con la sua dichiarazione, ha scelto di forzare la discussione su questo secondo piano, accusando i suoi interlocutori di mala fede nel rappresentare le sue parole e di collusione con un personaggio la cui storia è segnata da inchieste complesse. La polemica, nata da uno schermo televisivo, si è così rapidamente dilatata, investendo non solo le persone ma i metodi e le ombre che, secondo una delle parti in causa, si allungano su alcune redazioni.

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