Massimo Giletti rivela: l’attentato a Sigfrido Ranucci fu opera di uomini della camorra
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Redazione Interno
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La notte del 16 ottobre scorso, quando un ordigno squarciò il silenzio di Campo Ascolano, frazione di Pomezia, esplodendo davanti all’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci, si aprì una ferita che solo oggi, a distanza di mesi, comincia a rivelare la sua natura più inquietante. A fornire una svolta decisiva alla ricostruzione dei fatti è Massimo Giletti, il quale, in una clip di anticipazione della puntata de “Lo Stato delle Cose” in onda questa sera su Rai3, ha fornito dettagli che ridisegnano il perimetro dell’indagine. Non si tratterebbe, secondo quanto dichiarato dal conduttore, di un gesto isolato né riconducibile a quelle prime ipotesi di depistaggio che avevano alimentato il dibattito nelle settimane immediatamente successive all’attentato. Giletti ha infatti dichiarato che gli autori materiali del gesto – i quali, a suo dire, sarebbero stati “tanti” e non uno soltanto – sarebbero arrivati dalla Campania, spostandosi con un mezzo che non corrisponde a quella famosa Panda nera citata nei primi giorni dalle cronache, per poi fare ritorno nella regione d’origine dopo aver compiuto l’azione criminale. La loro appartenenza, ha aggiunto Giletti, sarebbe da ricondurre alla camorra, un’indicazione che rafforza la pista già emersa negli accertamenti della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma.
Un depistaggio attraverso l’auto e la consistenza dell’esplosivo
A complicare le prime fasi delle indagini – oltre alla violenza inaudita del gesto – avevano contribuito due elementi specifici che Giletti ha oggi deciso di smentire con nettezza. Da un lato, il racconto relativo al veicolo utilizzato per trasportare l’ordigno: “si è parlato di una Panda nera”, ha ricordato il giornalista, ma quella vettura sarebbe stata solo un’illusione ottica, un falso indizio che probabilmente ha allontanato gli inquirenti dalla pista giusta nei giorni concitati subito dopo l’esplosione. Dall’altro lato, c’è la natura stessa dell’esplosivo. Mentre inizialmente si era ipotizzato l’uso di plastico, le nuove rivelazioni portano invece verso un materiale diverso: si tratterebbe di gelatina, un composto che per sua origine viene fatto risalire all’utilizzo in contesti estrattivi, come quelli di una cava, e che richiede modalità di innesco differenti rispetto a quanto ipotizzato nelle prime ricostruzioni tecniche. Questi due elementi, se incrociati con la matrice camorristica, suggeriscono un’operazione pianificata con cura, dove la scelta dei mezzi e dei materiali non solo mirava a colpire il giornalista ma anche a confondere le acque investigative sin dai primi istanti.
La conferma della pista camorristica e il quadro investigativo
Le parole di Giletti, sebbene lanciate in un programma televisivo e non in un’aula di tribunale, arrivano a corroborare quanto già circolava negli ambienti giudiziari e quanto era stato anticipato da alcune testate già nei mesi scorsi. Il collegamento con la criminalità organizzata campana non è una suggestione improvvisa: già a gennaio, il Giornale aveva segnalato come le indagini si stessero orientando verso la camorra, scartando altre piste più suggestive legate a servizi segreti o contesti politici. Inoltre, il lavoro della Dda di Roma, che procede per i reati di danneggiamento e violazione della legge sulle armi aggravati dal metodo mafioso, aveva già portato a esaminare collegamenti con un traffico di armi emerso in un’inchiesta di Report, con protagonista un cantiere navale di Adria. In quel contesto, era stata recapitata in redazione una lettera anonima che indicava proprio in ambienti camorristici la matrice dell’attentato. La novità portata da Giletti – e che sarà oggetto di approfondimento nella puntata – è l’identificazione geografica precisa del commando: uomini partiti dalla Campania, arrivati sul litorale romano per colpire Ranucci e poi rientrati immediatamente dopo l’esecuzione dell’attentato, utilizzando un mezzo diverso da quello che per mesi era stato considerato il principale indizio materiale.
La strategia criminale e il contesto di protezione del giornalista
L’attentato, che distrusse l’auto parcheggiata sotto casa del conduttore di Report, rappresenta un episodio di gravità inaudita nel panorama della minaccia ai giornalisti italiani, non solo per la potenza dell’ordigno – descritto come un congegno di circa un chilogrammo, confezionato con materiali esplosivi da cava – ma per la lucidità logistica dimostrata dagli esecutori. La circostanza secondo cui gli autori “sono arrivati quella sera stessa e sono tornati”, come riferito da Giletti, indica l’esistenza di una pianificazione che ha previsto uno spostamento rapido e mirato sul territorio, riducendo al minimo l’esposizione prima e dopo il fatto. L’elemento della gelatina, inoltre, rappresenta un ulteriore tassello tecnico: mentre l’uso di un esplosivo di fabbricazione industriale avrebbe potuto indirizzare le indagini verso un mercato criminale più strutturato, l’utilizzo di esplosivo di provenienza estrattiva richiama dinamiche operative specifiche, legate a contesti territoriali e a conoscenze tecniche che spesso sono patrimonio di organizzazioni radicate sul territorio come quelle campane. È in questo quadro di minaccia conclamata che si colloca il rafforzamento delle misure di sicurezza disposte per Ranucci, la cui scorta è stata aumentata di livello proprio alla luce della gravità di quanto accaduto, un dato che conferma come l’attenzione delle istituzioni sull’episodio sia rimasta alta nonostante il segreto istruttorio che ancora copre parte delle indagini.




