Giletti e Ranucci, il duello in tv sulle chat e il "giro" che divide la Rai
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quando le parole private, estratte da uno schermo e proiettate in milioni di salotti, diventano l’arma di uno scontro, la linea tra inchiesta e polemica personale si fa evanescente. È quanto accaduto nella serata di ieri, durante la trasmissione Lo stato delle cose condotta da Massimo Giletti su Rai 3, dove il giornalista ha mostrato al pubblico la copia forense di alcune conversazioni WhatsApp intercorse tra il collega Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, e Maria Rosaria Boccia. In quelle stringhe di testo, divenute ormai il cuore di una controversia mediatica che travalica i confini di una semplice disputa tra professionisti, si menziona un cosiddetto “giro gay”, definito dallo stesso Ranucci “pericolosissimo”, che includerebbe, oltre a Giletti, figure come il direttore del Giornale Tommaso Cerno, il conduttore Alfonso Signorini, il dirigente dei servizi Marco Mancini e un misterioso signor B.
La mossa di Giletti, che ha scelto di portare in prima serata un documento privato, ha di fatto spostato il confronto sul piano della contrapposizione frontale, trasformando lo studio televisivo in un’arena. Una scelta, la sua, che alcuni considerano un passaggio necessario per fare chiarezza, mentre altri vi scorgono un pericoloso cortocircuito del metodo giornalistico, il quale tradizionalmente dovrebbe preservare una certa riservatezza tra colleghi, pur nell’asprezza del dibattito. Ranucci, dal canto suo, aveva precedentemente negato di aver scritto quelle frasi, ma di fronte all’esibizione della prova ha modificato la sua strategia difensiva, concentrandosi non tanto sulla smentita letterale quanto sull’interpretazione del suo messaggio.
La replica del conduttore di Report è arrivata pochi ore dopo la messa in onda, attraverso un lungo post sui social network, nel quale ha ribadito con forza di non aver mai accusato Giletti di far parte di una “lobby gay”. La sua argomentazione, articolata in frasi complesse e subordinate che cercano di ricostruire il contesto di quel dialogo riservato, punta invece il dito su una diversa regia. Ranucci sostiene che le sue parole, estrapolate e deprivate della cornice originaria, fossero in realtà rivolte a denunciare una connivenza, a suo dire pericolosa, tra Giletti, Tommaso Cerno e il funzionario dell’intelligence Marco Mancini, il cui ruolo nelle vicende sarebbe tutto da chiarire. “Lui fa finta di non capire”, ha scritto Ranucci riferendosi a Giletti, “è al servizio dello 007 Mancini”, in una escalation di accuse che dalla sfera personale slitta verso quella dei legami opachi tra informazione e apparati dello Stato.




