Rai richiama Sigfrido Ranucci per le troppe ospitate a La7, la replica: "Stupito, mi adeguo"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nuova puntata, più formale, nella lunga vertenza che vede Sigfrido Ranucci, volto storico e conduttore di Report, contrapposto agli attuali vertici di Viale Mazzini. La Direzione Editoriale per l’Offerta Informativa della Rai ha infatti inviato al giornalista una comunicazione interna, la quale – come precisato dall’azienda – non costituisce un provvedimento disciplinare bensì un invito a rispettare le regole aziendali. Queste ultime, fissate da una circolare di gennaio, impongono a tutti i dipendenti di limitare la promozione dei propri libri, così come le apparizioni in video e voce sulle reti concorrenti, a “una singola partecipazione” per ciascuna emittente o piattaforma. Una norma che Ranucci avrebbe, secondo la ricostruzione aziendale, superato nel corso dell’ultima settimana, durante la quale è stato ospite, per presentare il suo volume “Navigare senza paura”, di ben tre trasmissioni del gruppo La7: “Otto e Mezzo”, “diMartedì” e “In Altre Parole”.
Il giornalista aveva avvisato
Ranucci, dal canto suo, ha replicato di essersi attenuto scrupolosamente alle procedure, dichiarandosi anzi “stupito” per il formale richiamo ricevuto. “Avevo avvisato preventivamente la Rai”, ha affermato il conduttore, sottolineando come l’aver dato preavviso delle sue partecipazioni rientrasse pienamente nelle disposizioni aziendali. Pur esprimendo perplessità, ha comunque aggiunto di volersi conformare alle direttive: “Mi adeguo”, ha precisato, in una risposta che lascia però intravedere il disagio per una misura percepita come un’iniziativa mirata. La questione, del resto, si inserisce in un contesto di tensioni ormai croniche tra una parte del giornalismo d’inchiesta interno e la dirigenza, tensioni che periodicamente riemergono attorno a casi specifici, spesso legati alla libertà di espressione dei professionisti al di fuori del perimetro strettamente rai.
Le reazioni politiche
La polemica, com’è prevedibile, non è rimasta confinata entro le mura dell’azienda ma ha immediatamente valicato i cancelli di Viale Mazzini, approdando nell’agone politico. Il Movimento 5 Stelle, per voce di alcuni suoi esponenti, ha bollato l’accaduto come un “accanimento che sa di mobbing”, interpretando la missiva nei confronti del conduttore di Report come l’ennesimo episodio di una strategia volta a marginalizzare voci scomode e a uniformare l’informazione pubblica. Una lettura che la Rai respingerebbe con forza, richiamandosi al principio di imparzialità e alla necessità di applicare, senza eccezioni, regole contrattuali chiare e condivise, finalizzate a tutelare gli interessi del servizio pubblico in un panorama mediatico estremamente competitivo.
Il nodo delle regole
Il cuore del contendere risiede, in effetti, nell’interpretazione e nell’applicazione di quelle norme interne che disciplinano l’attività esterna dei giornalisti e degli autori Rai. La circolare di gennaio, citata nella comunicazione a Ranucci, mira evidentemente a regolamentare – e in certa misura a contenere – la visibilità dei propri dipendenti sulle reti concorrenti, un tema sempre delicato, soprattutto quando si tratta di figure di alto profilo e di programmi di forte impatto come Report. Il conflitto, in casi come questi, nasce spesso dalla difficoltà di conciliare il legittimo diritto-dovere di un autore di promuovere il proprio lavoro intellettuale con gli altrettanto legittimi vincoli di esclusività e di immagine che un’azienda come la Rai può ragionevolmente pretendere di far rispettare, in un equilibrio instabile che riflette, in piccolo, le più ampie tensioni sul ruolo e l’autonomia dell’informazione pubblica.




