La Rai richiama Sigfrido Ranucci: "limiti le presenze su La7"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La Rai ha formalmente sollecitato il giornalista Sigfrido Ranucci, volto storico del programma di inchiesta "Report", a contenere le sue apparizioni su emittenti concorrenti, nello specifico sul network La7 di Urbano Cairo. L’invito, che si configura come un richiamo interno, è giunto attraverso una comunicazione ufficiale della Direzione editoriale per l’Offerta Informativa e fa esplicito riferimento a tre recenti ospitate del conduttore sulla rete privata: le partecipazioni ai programmi "Otto e Mezzo", "diMartedì" e "In Altre Parole". Tali interventi, avvenuti nell’arco di una sola settimana, erano finalizzati alla presentazione del suo ultimo libro, "Navigare senza paura", un saggio che analizza i rischi della disinformazione e delle fake news nel panorama digitale.

Il richiamo formale e il riferimento al regolamento

La comunicazione aziendale, che riprende il testo di una circolare interna, sottolinea come le regole dell’ente pubblico impongano generalmente ai dipendenti di limitare a una singola partecipazione per emittente le presenze video e vocali esterne, specialmente quando queste sono legate alla promozione di opere o iniziative personali. Il richiamo, perentorio nell’uso del verbo "limitare", non costituisce una sospensione ma rappresenta un atto formale con cui la dirigenza editoriale intende ribadire l’esistenza di vincoli contrattuali, spesso oggetto di interpretazioni divergenti, che disciplinano l’attività dei giornalisti e dei conduttori al di fuori del servizio pubblico.

La replica del giornalista e il clima di tensione

Ranucci, da parte sua, ha replicato di aver preventivamente avvisato i propri superiori delle imminenti partecipazioni, dichiarazioni che, se confermate, indicherebbero una dinamica di incomprensione o un irrigidimento successivo nella gestione della pratica. L’episodio, che arriva a distanza di tempo da altre frizioni tra il giornalista e la dirigenza dell’azienda, ha immediatamente riacceso il dibattito sui margini di autonomia e di espressione dei professionisti all’interno della tv di Stato, un dibattito che si inserisce in un clima editoriale già scrutinato per le sue sensibilità politiche, considerato l’attuale orientamento dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. La vicenda, per come è emersa, solleva interrogativi non secondari sull’applicazione selettiva di regolamenti interni e sulla possibilità che essi possano essere utilizzati per moderare la visibilità di voci scomode o particolarmente esposte su reti concorrenti.

Le implicazioni per il lavoro di inchiesta

Il richiamo a Ranucci non può essere disgiunto, infatti, dalla natura del suo lavoro principale, che lo vede alla guida di un programma di approfondimento noto per reportage scomodi e indagini giudiziarie, anche su fatti di cronaca nera trattati con rigoroso rispetto delle vittime e delle indagini in corso. La pressione a ridurre la presenza su altri media, sebbene formalmente giustificata da norme di comportamento aziendale, rischia di essere percepita come un tentativo di circoscrivere l’influenza e la capacità di divulgazione di un giornalista il cui mestiere è per definizione quello di varcare confini e sollevare questioni di pubblico interesse. La promozione di un libro sui pericoli della disinformazione, poi, crea un cortocircuito non irrilevante con le modalità attraverso cui la vicenda è stata gestita, alimentando una discussione che va ben oltre il singolo episodio disciplinare e tocca il delicato equilibrio tra diritto-dovere di cronaca, obblighi contrattuali e spazio di dibattito pubblico.

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