L’America’s Cup si infiamma a Napoli: arrivano gli Usa di “Narrow”, ora gli hangar di Bagnoli diventano sei
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Redazione Sport
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C’era una volta, per dirla con un incipit che non vuole essere fiabesco ma soltanto cronachistico, la colmata di Bagnoli destinata a restare un cantiere a metà. Poi, come spesso accade quando in ballo c’è la Coppa più antica del mondo (e certamente la più ossessiva nel modificare il paesaggio costiero), tutto accelera. L’anticipazione del Mattino del 25 marzo scorso non era dunque un semplice rumor di regata: si è concretizzata nella certezza di un nuovo ingresso, quello degli americani di American Racing Challenger Team USA, e nella conseguente necessità di espandere ulteriormente gli spazi dedicati ai team. Gli hangar, così, salgono da cinque a sei, con una possibilità concreta – sottolineata da fonti vicine all’organizzazione – di toccare quota sette, trasformando la 38esima edizione dell’America’s Cup in una delle più affollate degli ultimi decenni.
La sfida parte da Rhode Island, il finanziatore è un imprenditore ceco che già solca il Tirreno
La sfida, ufficializzata a ridosso della deadline del 31 marzo 2026, porta la firma dello Yacht Club Sail Newport, storica realtà con sede nel Rhode Island, affacciata su quelle acque del Massachusetts che hanno forgiato generazioni di velisti. A muovere i fili, però, non è un magnate americano bensì l’imprenditore ceco Karel Komárek, figura che a Napoli non è certo un’ospite occasionale. Komárek, lo si è visto stabilmente in gara a Sorrento con il suo Wally 100 “V”, frequenta le acque campane in occasione dell’Europeo Maxi organizzato dal Circolo Italia – proprio quello stesso circolo sotto il cui guidone Luna Rossa ha lanciato la propria sfida per la Coppa del 2027. Una conoscenza del territorio, quella del finanziere, che ora prova a tradursi in un’arma tattica: non solo logistica, ma anche politica, in un challenger che si presenta con un equipaggio interamente a stelle e strisce.
I render di Sport e Salute: Bagnoli diventa un villaggio della vela razionale e compatto
A dare fisico a questa rapida metamorfosi sono i render diffusi in anteprima da Sport e Salute, il soggetto attuatore dell’evento che ha scelto di mostrare senza più indugi l’assetto definitivo dell’area. Viste dall’alto, le basi dei team si dispongono come moduli funzionali lungo la costa; gli hangar non sono più capannoni improvvisati ma strutture integrate nel contesto ambientale di Bagnoli, quasi a voler risarcire quel lungomare ferito da decenni di abbandono. Gli spazi per il pubblico – ed è forse questo il dettaglio più rilevante per chi pagherà il biglietto – restano a ridosso delle aree operative, con maxischermi posizionati in modo da seguire le manovre in acqua senza soluzione di continuità. L’idea, insomma, è quella di un “villaggio della vela” razionale, dove la separazione tra atleti e spettatori diventa permeabile ma non caotica.
Paul Cayard, il vecchio leone del Moro di Venezia, osserva la mossa di Komárek
Chi questa partita la legge con anni di esperienza sulle spalle è Paul Cayard, 66 anni, navigatore californiano che risiede a La Hoya – quella elegante enclave di San Diego soprannominata “The Jewel” per le sue scogliere a picco sul mare. Cayard, che guidò il Moro di Venezia alla vittoria della Louis Vuitton Cup nel 1992 ed è ancora campione del mondo in carica nella classe Star, conosce l’America’s Cup come pochi. L’ingresso di ARC Team USA non lo coglie impreparato, anzi: lo trova già proiettato su una regata che, con gli americani tornati al via dopo il ritiro a sorpresa di American Magic, si riempie di una tensione ulteriore. Per lui, che ha incrociato la sfida di Komárek più volte nel circuito mediterraneo, si tratta semplicemente dell’ennesima, affascinante variabile in un’equazione che già annovera Luna Rossa e i detentori neozelandesi tra i favoriti dichiarati.




