L’ipoteca sul lavoro che non paga e sulla pensione che verrà: l’Italia al venticinquesimo posto per retribuzioni e il crollo del tasso di sostituzione per i trentatreenni del 2026
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Redazione Interno
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L’ennesima conferma, si diceva, quasi si trattasse di un bollettino. E invece è la fotografia, scattata dal focus Censis-Confcooperative dal Titolo “Pensioni, ipoteca sul futuro?”, di un Paese che arranca tra salari stagnanti e un sistema previdenziale i cui ingranaggi, pensati per chi lascia oggi il lavoro, rischiano di macinare molto meno per chi vi entra adesso. L’Italia, infatti — e il dato ha dell’incredibile per una delle economie fondatrici dell’Unione — si attesta al venticinquesimo posto in Europa per incidenza dei salari sul Prodotto interno lordo: una percentuale ferma al 28,9%, che regge il confronto non con i partner storici ma con le economie dell’Est appena integrate. La Germania, dal canto suo, viaggia al 44,9%; la Francia e la Spagna, rispettivamente al 38 e al 37,1%, distacchi che non raccontano solo di maggiore produttività ma di una diversa architettura sociale, quella che da noi, invece, si è cristallizzata in un equilibrio al ribasso che dura da trent’anni.
La busta paga che non basta: quasi due milioni e mezzo di lavoratori in bilico
Lavorare, da queste parti, non è più quel lasciapassare per l’autonomia che era per i padri o i nonni di chi oggi ha vent’anni. Nel 2024, stando ai numeri elaborati, il 10,3% degli occupati tra i diciotto e i sessantaquattro anni si trova in una condizione di rischio povertà; una platea che sfiora i 2,4 milioni di individui. Tra questi, i più fragili sono i giovanissimi: nella fascia tra i venti e i ventinove anni, l’incidenza sale al 12%, vale a dire 349mila persone che, pur timbrando il cartellino ogni giorno, non raggiungono una soglia di reddito sufficiente a garantirsi una vita dignitosa. Il report Censis-Confcooperative evidenzia anche come il divario retributivo generazionale, il cosiddetto *generational pay gap*, raggiunga picchi imbarazzanti: a parità di qualifica, un junior tra i venti e i trentaquattro anni porta a casa il 39,8% in meno rispetto a un collega over 50, quasi 11.880 euro annui che evaporano dal conto in banca solo per effetto dell’età anagrafica.
Il paradosso della spesa previdenziale: prima in classifica, ma per chi verrà dopo
Si potrebbe pensare che tanta attenzione al capitolo pensioni si traduca in assegni futuri generosi, e invece no. L’Italia detiene il primato europeo per spesa previdenziale rispetto al Pil: nel 2023 abbiamo toccato quota 15,5%, contro una media Ue del 12,3%. Un fardello che riflette l’invecchiamento della popolazione — quasi la metà degli italiani ha più di cinquanta anni — e scelte politiche stratificate, ma che non impedisce alla forbice tra contributi versati e assegni percepiti di allargarsi per le nuove generazioni. La simulazione contenuta nel dossier è spietata: un lavoratore andato in pensione a sessantasette anni nel 2020, con una carriera continuativa iniziata nel 1982, incassa un tasso di sostituzione netto — ovvero il rapporto tra primo assegno e ultima retribuzione — dell’81,5%. Chi ha trentatré anni oggi, entrato nel mercato nel 2022 e in uscita nel 2060 sempre a sessantasette anni e sempre con trentotto anni di contributi, si dovrà accontentare del 64,8%. Sedici virgola sette punti percentuali in meno, una differenza che porta il distacco tra l’ultimo stipendio e la prima pensione dal 18,5% al 35,2%.
La bomba demografica e quei 7,7 milioni di lavoratori che mancheranno
A completare un quadro già di per sé asfittico ci pensano i numeri dell’Istat, che nelle sue previsioni al 2050 tratteggia un’Italia con 7,7 milioni di individui in meno nella fascia d’età 15-64 anni rispetto al 2025. Una contrazione del 20,5% della popolazione in età lavorativa che, sommandosi alla bassa natalità — nel 2024 sono nati 369.944 bambini, il 2,6% in meno dell’anno prima — e a un tasso di attività femminile ancora lontano dagli standard europei, riduce drasticamente la base contributiva futura. Il rapporto Censis-Confcooperative insiste proprio su questa dinamica incrociata: i salari compressi, la precarietà diffusa tra i giovani — molti dei quali, tra l’altro, percepiscono al primo impiego stipendi tra i più bassi d’Europa, davanti solo a spagnoli e polacchi secondo un’indagine Mercer — e la contrazione demografica costituiscono un trittico che mette in discussione la sostenibilità del patto tra generazioni. L’espressione utilizzata dal presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, “una vera ipoteca sul futuro”, non sembra affatto una iperbole retorica quanto piuttosto la presa d’atto di un’equazione i cui termini, salari bassi oggi e pensioni più basse domani, paiono destinati a riproporsi identici per chi, adesso, sta soltanto affacciandosi al mondo del lavoro.




