Tre poliziotti bloccati a Doha e famiglie in trappola: l’incubo dei bresciani sotto i missili iraniani

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il cielo di Doha, solcato da missili e droni in una notte di fine febbraio, è diventato il teatro di una vicenda umana e istituzionale complessa, che vede coinvolti tre agenti della Polizia di Stato in forza all’Ufficio espulsioni della Questura di Brescia. Gli operatori, la cui identità è naturalmente riservata per ragioni di servizio, si trovavano in Qatar dopo aver ottemperato a un decreto di espulsione, rimpatriando un cittadino straniero dal territorio italiano. Quella che doveva essere una missione di routine, conclusasi con l’accompagnamento a bordo di un velivolo, si è trasformata in una sospensione angosciosa: bloccati in un Paese finito nel mirino della rappresaglia iraniana, senza la certezza di quando avrebbero potuto riabbracciare i propri cari o semplicemente fare ritorno alla loro base. Il dramma, silenzioso e lontano dai riflettori, è stato portato all’attenzione delle più alte cariche dello Stato dal Siulp, il Sindacato Italiano Unitario dei Lavoratori di Polizia; il segretario provinciale Rosario Morelli, come reso noto, ha infatti attivato i canali sindacali nazionali per interessare direttamente il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisani, chiedendo con urgenza la pianificazione di un rientro in sicurezza per i propri iscritti, la cui incolumità era palesemente a repentaglio.

Dalla sosta di poche ore al bunker sotto le bombe

La loro non è, però, una storia isolata. La guerra, con la sua violenza improvvisa, ha colto in trappola diversi italiani il cui unico torto è stato quello di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. È il caso della famiglia Comodi, partita da Perugia per una vacanza in Thailandia e risucchiata nel vortice del conflitto durante la sosta di rientro a Doha. Per Daniele, sua moglie Alessia e la piccola Bianca, di soli otto anni, lo scalo nella capitale qatariota doveva durare appanto tre ore, il tempo necessario per imbarcarsi sul volo diretto a Roma. La cancellazione del volo, conseguenza diretta della chiusura dello spazio aereo decretata dopo l'inizio dei raid, li ha trasformati in profughi di un aeroporto fantasma. Dalle finestre dell'hotel dove sono stati frettolosamente dirottati, lo sguardo correva inevitabilmente al cielo, quel medesimo cielo che le difese qatariote, come confermato dalle autorità locali, hanno dovuto saturare per intercettare un'ondata di attacchi senza precedenti. Secondo i rapporti ufficiali del Ministero dell'Interno qatariota, la notte tra il 28 febbraio e il primo marzo, i sistemi di difesa hanno neutralizzato 65 missili balistici e 12 droni lanciati dall'Iran, sebbene alcuni ordigni siano comunque riusciti a colpire la base aerea di Al Udeid, dove sono stanziati militari statunitensi, causando feriti tra la popolazione a causa della caduta di detriti e schegge.

La paura nei racconti: "Momento molto critico, vogliamo tornare a casa"

Mentre i tre poliziotti bresciani attendevano notizie dai vertici della loro amministrazione, un'altra coppia, Serena e Manuel, originari di Follonica e in viaggio con il figlio diciannovenne, descriveva minuto per minuto l'evolversi di una situazione che appariva sempre più cupa. “Siamo in un momento critico, hanno bombardato anche ora”, ha raccontato Serena, facendo riferimento alle 11 di mattina di ieri, poche ore dopo l'inizio dei nuovi attacchi israeliani in territorio iraniano che hanno portato alla morte della Guida suprema Ali Khamenei e a centinaia di vittime. Le loro parole restituiscono il senso di impotenza di chi, da civile, si trova a fare i conti con una macchina bellica che non conosce confini. La chiusura totale dello spazio aereo su Qatar, Iran, Iraq e altri Paesi del Golfo ha di fatto azzerato ogni possibilità di esodo via aria, creando un imbuto per migliaia di viaggiatori. Le compagnie aeree, dalla Qatar Airways alle principali vettorie internazionali, hanno sospeso le operazioni, rendendo vano qualsiasi tentativo di prenotare una fuga che, come ha ammesso qualche viaggiatore australiano bloccato, sarebbe stata una vera e propria "missione suicida".

L'attacco lanciato da Israele, con il sostegno degli Stati Uniti di Donald Trump, ha riaperto una ferita profonda in Medio Oriente, giungendo appena due giorni dopo la ripresa dei colloqui sul nucleare, mediati dall'Oman, che lo stesso presidente americano aveva definito non soddisfacenti nonostante le aperture di Teheran. Per i turisti e i poliziotti italiani, però, la geopolítica si traduce in attesa forzata e paura. Mentre i qatarioti valutano i danni alla sovranità nazionale e gestiscono la scoperta di presunte cellule dormienti dei Guardiani della Rivoluzione pronte a colpire infrastrutture sensibili, la priorità per decine di italiani resta una sola: trovare un corridoio umanitario che li riporti a casa, lontano da quel "momento critico" che continua a tenere il fiato sospeso su Doha.

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