Tensione Usa-Venezuela: dietro la retorica del narcotraffico la posta è il petrolio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il messaggio natalizio di Nicolás Maduro, che pure invocava pace e unità familiare, è risuonato in un quadro internazionale percorso da una tensione ormai cronicizzata, la quale, complici le recenti mosse di Washington, pare avviata verso una nuova e pericolosa fase. Le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, hanno infatti eliminato ogni spazio per ambiguità strategiche, trasformando l’ormai consueta retorica sul “regime” in una minaccia concreta e multidimensionale, che passa dal dispiegamento navale – si parla di un impiego del venti per cento della Marina militare – fino all’esplicita ipotesi di attacchi via terra. Una escalation, questa, che trova la sua giustificazione ufficiale nella lotta al narcotraffico, presentata come un imperativo morale e di sicurezza; una motivazione che, tuttavia, appare a molti osservatori come un pretesto strategicamente costruito, considerato che il Venezuela, pur essendo un crocevia per il transito della cocaina, non è un produttore primario di stupefacenti.

La vera posta in gioco: il controllo delle risorse

Quello che emerge, scavando sotto la superficie delle accuse di collusione con i cartelli, è infatti un obiettivo di natura geopolitica ed economica ben più tangibile: il ricchissimo patrimonio petrolifero venezuelano, il più consistente al mondo. È un dato di fatto, spesso rimosso nel dibattito pubblico, che le attuali tensioni affondino le radici nelle nazionalizzazioni dell’industria energetica volute da Hugo Chávez, le quali sottrassero il controllo delle riserve a diverse compagnie statunitensi. L’assedio navale, gli esercizi militari nei Caraibi e il linguaggio sempre più bellicoso configurano, in questa prospettiva, una strategia di pressione massima finalizzata a un “regime change”, un cambio di governo che aprirebbe la via a una rinegoziazione degli assetti petroliferi. Lo ha confermato lo stesso Trump, affermando senza giri di parole che l’obiettivo è la rimozione di Maduro dal potere.

La complessità della minaccia del narcotraffico

La narrazione semplificata che dipinge il paese come una sorta di narco-Stato con roccaforti da espugnare mal si concilia, del resto, con la reale natura del fenomeno criminale nella regione. Gli analisti più attenti parlano piuttosto di “reti” e di “facilitatori”, di corridoi sicuri e connivenze che si ramificano negli apparati, piuttosto che di un cartello monolitico contro il quale scagliare un’operazione militare convenzionale. Questa discrepanza tra la rappresentazione offerta e la complessità del problema solleva interrogativi sulle reali intenzioni di un’azione di forza, la quale, stando alle parole del presidente americano, potrebbe concretizzarsi come “l’ultima mossa” se Caracas “gioca duro”. Una logica ultimativa che non lascia spazio a mediazioni, spingendo il governo venezuelano a una resistenza che si traduce in un netto rifiuto di ogni ingerenza.

Uno stallo carico di rischi

La replica di Maduro, che ha invitato Trump a “concentrarsi sugli Stati Uniti”, segna dunque i confini di uno stallo pericoloso, dove le dichiarazioni si trasformano in atti dimostrativi – come i sequestri di petroliere – e le alleanze regionali si stringono in funzione della crisi. Lo scenario che si delinea, pertanto, va ben oltre la questione della sicurezza antidroga, toccando nervi scoperti dell’equilibrio emisferico e della sovranità nazionale. L’accumulo di forze militari, la retorica della destabilizzazione e la posta economica in gioco creano una miscela esplosiva, nella quale la minaccia di un conflitto aperto, sebbene costosa per tutte le parti in causa, cessa di essere un’ipotesi remota per diventare un calcolo politico quotidiano.

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