Recupero dei manifesti degli anni '40 a Roma, rimozione e polemiche: il caso di via Cola di Rienzo
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Redazione Interno
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Nel cuore del quartiere Prati, al civico 292 di via Cola di Rienzo, alcuni operati impegnati nella ristrutturazione di uno storico negozio di scarpe hanno riportato alla luce, smontando le vecchie teche esterne e le vetrine installate nel secondo dopoguerra, quello che si potrebbe definire un vero e proprio scrigno di carta.
Dietro quelle strutture, rimaste intatte per oltre ottant’anni, erano sigillati manifesti originali risalenti al 1940: brandelli di memoria della Seconda Guerra Mondiale che raccontano, attraverso la propaganda e le disposizioni civili, la vita di una Roma sotto le bombe.
L’intervento immediato del Primo Municipio, in collaborazione con l’Istituto centrale per la patologia degli archivi e del libro della Direzione Generale Archivi diretto da Leo Tarasco, ha permesso di mettere in sicurezza i reperti, rimuovendoli con cura dalla parete esterna per scongiurarne il deterioramento.
La scoperta e il contenuto storico dei manifesti
A lanciare l’allarme, notando per prima quelle affissioni emerse quasi per caso, è stata la storica dell’arte Maria Isabella Safarik; il suo appello, diffuso sui social, ha spinto residenti e consiglieri come Lorenzo Santonocito a vigilare affinché quei fogli non venissero dispersi o danneggiati durante i lavori edili.
I manifesti, oggi messi al sicuro, rappresentano un eterogeneo spaccato del 1943-1944: si va dalle severe ordinanze della Regia Prefettura di Roma sul “oscuramento parziale” delle luci per disorientare i bombardieri alleati, fino a fogli di propaganda politica più complessi. Tra questi, spiccano i messaggi del Comitato d’Azione Maltese rivolti agli italiani di Malta, con l’invito all’insurrezione contro gli inglesi, accanto a un poster razzista che raffigura ironicamente “I difensori della Francia” sotto le sembianze di un re africano.
Il restauro e il futuro nel Mercato dell'Unità
La procedura di distacco, affidata ai tecnici specializzati dell’Istituto centrale per la patologia degli archivi, è stata giustificata dall’amministrazione municipale come l’unica via per preservare fisicamente i reperti, esposti fino a quel momento alle intemperie e agli agenti inquinanti della strada. Una volta completato il restauro conservativo, l’ipotesi progettuale per la loro valorizzazione prevede l’esposizione permanente all’interno del nuovo Mercato dell’Unità, una struttura in fase di riqualificazione situata a poche centinaia di metri dal luogo del ritrovamento.
L’obiettivo dichiarato dal Municipio è quello di restituire questi frammenti di storia ai cittadini, trasformando una scoperta fortuita in un’installazione museale diffusa nel tessuto urbano di Prati.
La polemica sullo strappo dalla memoria urbana
Tuttavia, se le istituzioni rivendicano il successo del salvataggio, l’operazione di rimozione ha innescato un acceso dibattito, acceso soprattutto sui social network da quella che è stata definita la frangia dei “puristi” della memoria storica.
I critici sostengono che staccare i manifesti dal muro su cui furono affissi durante la guerra, per poi trasferirli in un mercato ristrutturato, equivalga a una sostanziale “decontestualizzazione” del reperto; il valore, secondo questa visione, risiedeva proprio nella loro posizione originaria, nella casualità dell’emersione dietro una vetrina commerciale.
“Ora sono sbriciolati e decontestualizzati”, si legge in alcuni dei commenti riportati dalla stampa locale, dove si sottolinea come l’esclusività di quei pezzi fosse proprio il loro rimanere “in loco”, sotto una teca ideale, piuttosto che in una bacheca museale.




