Il conto alla rovescia per Coin di via Cola di Rienzo e il futuro dei grandi magazzini tra aumenti di capitale e crisi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il grande cartello giallo che promette il settanta per cento di sconto sui capi in vendita, in un normale clima da saldi post-natalizio, cela in realtà la natura ben più profonda di una liquidazione totale. Nel negozio Coin di via Cola di Rienzo, nel cuore del quartiere Prati a Roma, l’aria frizzante degli affari si mescola ormai in modo inequivocabile con quella, molto più cupa, della dismissione. Le commesse, nel loro silenzio operoso, accompagnano i clienti tra gli scaffali che si stanno lentamente svuotando, consapevoli che il 4 aprile rappresenta una scadenza ineludibile: è questo il giorno in cui, per volontà di uno sfratto esecutivo legato alla mancata riconduzione di accordi commerciali sull’immobile, la saracinesca si abbasserà per l’ultima volta. Una chiusura che getta nell’ansia circa duecento lavoratori, i quali si trovano ad affrontare l’ennesima trasformazione di un panorama della distribuzione organizzata che, nel giro di un anno, ha già visto il gruppo chiudere sei punti vendita in Italia, dei quali tre nella sola capitale.

Mentre a Roma si prepara l’addio a uno store storico, e non è escluso che al suo posto possa aprirne uno del gruppo spagnolo Zara, il fronte sindacale tenta di mantenere alta la guardia su piú livelli. Se da un lato, infatti, c’è la questione immediata dei lavoratori romani, dall’altro si gioca la partita nazionale del rilancio dell’intero marchio. Nel corso del tavolo di monitoraggio convocato il 12 marzo 2026 presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la proprietà ha dovuto fare i conti con le richieste di trasparenza avanzate da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs. Ed è in quella sede che è arrivata una comunicazione significativa per quanto riguarda il Nordest: a Verona, contrariamente alle precedenti e fosche previsioni che ne ipotizzavano l’abbandono, il gruppo ha confermato la volontà di mantenere un presidio commerciale. La strategia, stando a quanto emerso, prevede il superamento delle criticità legate all’attuale spazio di via Cappello attraverso il trasferimento in un nuovo immobile cittadino, garantendo in questo modo una stabilità contrattuale per i quaranta addetti attualmente impiegati.

Dieci milioni per la manutenzione e l’ipotesi di una nuova iniezione di liquidità

Parallelamente alla ricerca di soluzioni alternative per le sedi di Mestre e Verona, dove si valutano anche spazi piú contenuti rispetto agli attuali, l’azionariato sta mettendo a punto una strategia finanziaria che possa reggere l’urto di una crisi che ha visto le vendite del 2025 scendere sotto i livelli dell’anno precedente. Durante l’incontro romano al Mimit, gli azionisti hanno messo sul tavolo la possibilità di un ulteriore aumento di capitale nel corso del 2026, un’operazione che seguirebbe quella dello scorso anno e che avrebbe l’obiettivo di fornire nuovo ossigeno alla società. L’importo di questa iniezione di liquidità non è stato comunicato ufficialmente, ma l’intento dichiarato sarebbe quello di sostenere e accelerare il processo per il ritorno a quella che viene definita una «sostenibilità definitiva del business». Un percorso, questo, che per l’anno in corso punta soprattutto al consolidamento, con investimenti previsti per dieci milioni di euro destinati all’aggiornamento e alla manutenzione dei negozi rimasti aperti. Il vero rilancio, con tutti i crismi del caso, è atteso dai piani alti soltanto nel 2027.

Per i dipendenti, tuttavia, il presente si chiama cassa integrazione. L’azienda, nelle more della definizione del perimetro della rete di vendita, ha prospettato l’attivazione di ammortizzatori sociali per gestire le eccedenze di personale, in particolare in quelle piazze dove si renderanno necessari ridimensionamenti. A Mestre, ad esempio, l’ipotesi circolata nei tavoli sindacali parla di una cassa integrazione straordinaria che potrebbe coinvolgere una percentuale compresa tra il trenta e il quaranta per cento dei sessanta addetti, a causa della contrazione degli spazi all’interno del centro commerciale. Una prospettiva che i rappresentanti dei lavoratori guardano con preoccupazione, loro che vantano in media un’anzianità aziendale superiore ai vent’anni, e che chiedono garanzie affinché la riduzione dei costi non si traduca in un esubero generalizzato. Il gruppo, da parte sua, ribadisce in ogni nota la volontà di non ricorrere a licenziamenti collettivi, impegnandosi a mantenere il livello occupazionale attraverso strumenti di flessibilità, mentre valuta nuove partnership commerciali con gruppi internazionali per rafforzare il posizionamento del marchio.

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